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Prof. Rubens Onofre Nodari[1],
Titolare della Cattedra dell’Università di Santa Catarina, UFSC, Florianopoli,
Brasile, Programma di Dottorato in Risorse Genetiche Vegetali
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Scenari
innovativi, futuristici, l’illusione di poter conoscere ogni segreto della
materia vivente e di poter piegare con pochi gesti alle proprie esigenze, ciò
che la natura ha creato e perfezionato nei millenni.
I
genetisti della generazione del Prof. Rubens Onofre Nodari, sono stati tra i
primi ad avere il privilegio di assistere alla nascita dell’ingegneria genetica
ed esserne sollecitati intellettualmente.
Un
nuovo passo per la scienza che per alcuni si è immediatamente tradotto in
affare miliardario. La possibilità di introdurre sul mercato prodotti capaci di
mantenere forme e dimensioni prestabilite, senza i difetti causati dagli
insetti, una meta finanziaria promettente cui in pochi si sono sottratti in
quegli anni. Anni in cui gli effetti avversi dell’ingegneria genetica erano,
tuttavia, già emersi e, nonostante questo, tentazione e lucro hanno vinto su ragione e buonsenso[2].
“E’
colpa degli scienziati, più che della politica”, afferma il Prof. Nodari e cita
“Genes alterados, verdades distorcidas”, un testo edito nel marzo 2015 da Steven
M. Druker, un avvocato che affronta temi di pubblico interesse e che ha
rivelato la più grossa frode perpetrata dalla scienza, mai conosciuta,
costringendo in tribunale, la Food and Drug Administration a rendere pubblici
documenti che dimostrano legami strategici a livello governativo e militare, la
definizione di come i semi siano stati utilizzati a fini bellici, un’arma da
utilizzare tra nazioni a scopi estorsivi, mentre le istituzioni pubbliche si
davano da fare per sopprimere le prove e falsare la realtà.
“Quello
che mi hanno insegnato i filosofi – dice in proposito il Prof. Nodari – è che
lo scienziato non ha diritto a disconoscere ciò che è sconosciuto. Occorre una
ricerca capace di contestualizzare e che tenga conto della società, il
contrario della visione riduzionista che, oggi, predomina”. Per Nodari la
società costituisce un organo di controllo. Ma come può, la società, svolgere
tale ruolo se il capitalismo non lo permette? Se la realtà è distorta
scientemente? Se la stessa scienza si presta alla mistificazione? E cita Aldo
Malavasi, genetista specializzato in genetica animale e Presidente di
Biofábrica Moscamed Brasil, azienda che dal 2005 modifica geneticamente la
mosca della frutta affinchè non risulti dannosa per le coltivazioni in seno al ‘Programa
de Erradicação da Mosca da Carambola’ promosso a livello governativo. Un errore
perché, dice il Professore, ciò che è grande e delimitato è facile da
controllare ma ciò che è piccolo e dinamico, no, ed esistono circa 500 tipi di
insetto resistenti ai pesticidi. Le mutazioni genetiche che alcuni scienziati
stanno imponendo alle specie vegetali e animali e l’utilizzo di pesticidi ha
aperto la strada a effetti del tutto sconosciuti, anche perché i dati
disponibili non sono condivisi con i ricercatori indipendenti, quindi gli
effetti di ciò che oggi viene realizzato sono del tutto sconosciuti.
La
scienza, dice il Prof. Nodari, ha una grande responsabilità rispetto a questo
problema. La trans genia è una sofisticazione della Rivoluzione Verde, dice
ancora, e prevede che la nostra specie, di questo passo, non sopravviverà più
di 100 anni ancora.
I
cambiamenti in atto stanno provocando una diminuzione della biodiversità anche
per le conseguenze dei mutamenti climatici. Sulle montagne andine esisteva un
tipo di patata che cresceva a 4000 metri di altitudine e che oggi non crescono
più perché, anche a quelle altezze, la temperatura si è alzata. A 4000 metri
i contadini devono coltivare una varietà di patata che cresceva a 3600 metri.
Ma,
conclude il Professore, la possibilità di uscire da questa follia, è
percorribile. Non possiamo far tornare la natura come era prima ma quello che
possiamo fare è mitigare gli effetti negativi della tecnologia. E’ ciò a cui
Nodari sta dedicando le sue energie da alcuni anni: l’Agroecologia, unica via
per abbandonare la strada della tecnologia applicata all’agricoltura di base,
quella cui il Professore attribuisce una considerazione etica profonda: quanti
geni ha una pianta? Ogni gene ha varie possibilità di combinazione operate nel
tempo dagli agricoltori: sono contributi che, praticamente, ignoriamo, commenta
il Professore che aggiunge: “Quella dell’ingegneria genetica è una
appropriazione indebita delle conoscenze intellettuali di intere generazioni di
contadini. Attraverso la transgenia è mutato il paradigma della proprietà
intellettuale in agricoltura. Invece l’Agroecologia non ha effetti negativi,
non usa veleni e diminuisce i costi di produzione. Una varietà transgenica
costa 150milioni in più rispetto ad una varietà creola. Inoltre continua a
produrre servizi eco sistemici perché in un unico terreno sono presenti decine
o centinaia di specie. Al contrario, la monocoltura distrugge la catena trofica
ed ecologica e favorisce l’uso di agrotossici”. Ma oggi chi studia agraria
viene indirizzato a non riconoscere le interazioni tra le specie né
l’importanza sociale dell’agricoltura. “Le università – dice Nodari – formano
persone arroganti. Molti agronomi pretendono di sapere più di quanto non sappia
un agricoltore, che in realtà sa di più”. Nodari e i suoi ricercatori, con
l’Agroecologia, collaborano con un gruppo di agricoltori ad un progetto di
miglioramento partecipativo delle specie vegetali basato su tecniche antiche
quanto la storia dell’agricoltura: la selezione e ricombinazione naturale delle
varietà. L’Agroecologia promuove la coesione sociale, quindi la pianificazione
dei paesaggi che viene studiata in modo da ottenere un successo economico. Si può fare: il Perù, ad esempio, è quasi
totalmente agro ecologico. E la ristrutturazione del suolo danneggiato può
avvenire in pochi anni. Ma si deve cambiare paradigma culturale. “Rimango
sorpreso – dice Nodari – di quanto la gente sia interessata agli effetti sulla
salute di animali e piante e non sulla
possibilità di restaurare e preservare. Ci sono pochissimi studiosi che stanno
facendo ricerca su questo. Anche chi si occupa di Diritto, sembra non
attribuire importanza all’Art. 225 della Costituzione. Dopo i primi anni
successivi alla dittatura, quando tutti sembravano voler partecipare al destino
del Paese, è finito tutto”. “L’avanzata della scienza e della tecnologia –
continua - ha posto il problema dell’uso che si fa della conoscenza. Ad esempio
il DDT è una molecola che è stata scoperta nel 19mo secolo da Nobel e in
quell’epoca non esistevano norme in relazione agli agrotossici in agricoltura.
Ma una questione che rimane senza controllo è pericolosa perché la scienza è
cifrata, non arriva alla popolazione. La conoscenza non arriva mai alla società
e il Ministero attribuisce poche risorse alla ricerca nel campo dell’Agroecologia
che è una materia molto complessa perché necessita di competenze che riguardano
le interazioni tra piante ed insetti, ad esempio. In tutto ciò la
collaborazione con gli agricoltori è fondamentale ma negli ultimi decenni la loro
capacità è stata poco valorizzata”. Ma non tutto è perduto: Gli esperimenti nel
campo dell’agroecologia, negli ultimi anni, si sono moltiplicati[3] e
hanno dimostrato come, campi abbandonati perché improduttivi in seguito ad uno
sfruttamento chimico del terreno[4], siano
tornati rigogliosi addirittura nell’arido deserto del Sahel, offrendo sicurezza
alimentare a migliaia di nuclei familiari.
“Una
volta che la transizione inizia, afferma Nodari, il percorso virtuoso è, ormai,
avviato”.
[1]
http://ppgean.ufsc.br/docentes/rubens-onofre-nodari/
[2] https://allianceforbiointegrity.wordpress.com/index-key-fda-documents-revealing-1-hazards-of-genetically-engineered-foods-and-2-flaws-with-how-the-agency-made-its-policy/
[3] “FAO Success Stories of Climate-Smart
Agriculture” FAO 2014
[4]
“A livello globale gli effetti dell’agricoltura chimica nel lungo termine sono
stati disastrosi (…) Infatti, si interrompe l’equilibrio dei processi ecologici del suolo, diminuisce la quantità
di materia organica e, con questa, la capacità del terreno di trattenere
umidità e carbonio”. Fritjof Capra, Anna Lappè, “Agricoltura e Cambiamento
Climatico”, pg. 20, Ed. Aboca, 2016
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