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lunedì 15 agosto 2016

Intervista a Rubens Onofre Nodari - il futuro è nell'agro-ecologia



Prof. Rubens Onofre Nodari[1], Titolare della Cattedra dell’Università di Santa Catarina, UFSC, Florianopoli, Brasile, Programma di Dottorato in Risorse Genetiche Vegetali

 Scenari innovativi, futuristici, l’illusione di poter conoscere ogni segreto della materia vivente e di poter piegare con pochi gesti alle proprie esigenze, ciò che la natura ha creato e perfezionato nei millenni.
I genetisti della generazione del Prof. Rubens Onofre Nodari, sono stati tra i primi ad avere il privilegio di assistere alla nascita dell’ingegneria genetica ed esserne sollecitati intellettualmente.
Un nuovo passo per la scienza che per alcuni si è immediatamente tradotto in affare miliardario. La possibilità di introdurre sul mercato prodotti capaci di mantenere forme e dimensioni prestabilite, senza i difetti causati dagli insetti, una meta finanziaria promettente cui in pochi si sono sottratti in quegli anni. Anni in cui gli effetti avversi dell’ingegneria genetica erano, tuttavia, già emersi e, nonostante questo, tentazione e lucro  hanno vinto su ragione e buonsenso[2].
“E’ colpa degli scienziati, più che della politica”, afferma il Prof. Nodari e cita “Genes alterados, verdades distorcidas”, un testo edito nel marzo 2015 da Steven M. Druker, un avvocato che affronta temi di pubblico interesse e che ha rivelato la più grossa frode perpetrata dalla scienza, mai conosciuta, costringendo in tribunale, la Food and Drug Administration a rendere pubblici documenti che dimostrano legami strategici a livello governativo e militare, la definizione di come i semi siano stati utilizzati a fini bellici, un’arma da utilizzare tra nazioni a scopi estorsivi, mentre le istituzioni pubbliche si davano da fare per sopprimere le prove e falsare la realtà.
“Quello che mi hanno insegnato i filosofi – dice in proposito il Prof. Nodari – è che lo scienziato non ha diritto a disconoscere ciò che è sconosciuto. Occorre una ricerca capace di contestualizzare e che tenga conto della società, il contrario della visione riduzionista che, oggi, predomina”. Per Nodari la società costituisce un organo di controllo. Ma come può, la società, svolgere tale ruolo se il capitalismo non lo permette? Se la realtà è distorta scientemente? Se la stessa scienza si presta alla mistificazione? E cita Aldo Malavasi, genetista specializzato in genetica animale e Presidente di Biofábrica Moscamed Brasil, azienda che dal 2005 modifica geneticamente la mosca della frutta affinchè non risulti dannosa per le coltivazioni in seno al ‘Programa de Erradicação da Mosca da Carambola’ promosso a livello governativo. Un errore perché, dice il Professore, ciò che è grande e delimitato è facile da controllare ma ciò che è piccolo e dinamico, no, ed esistono circa 500 tipi di insetto resistenti ai pesticidi. Le mutazioni genetiche che alcuni scienziati stanno imponendo alle specie vegetali e animali e l’utilizzo di pesticidi ha aperto la strada a effetti del tutto sconosciuti, anche perché i dati disponibili non sono condivisi con i ricercatori indipendenti, quindi gli effetti di ciò che oggi viene realizzato sono del tutto sconosciuti.
La scienza, dice il Prof. Nodari, ha una grande responsabilità rispetto a questo problema. La trans genia è una sofisticazione della Rivoluzione Verde, dice ancora, e prevede che la nostra specie, di questo passo, non sopravviverà più di 100 anni ancora.
I cambiamenti in atto stanno provocando una diminuzione della biodiversità anche per le conseguenze dei mutamenti climatici. Sulle montagne andine esisteva un tipo di patata che cresceva a 4000 metri di altitudine e che oggi non crescono più perché, anche a quelle altezze, la temperatura si è alzata. A 4000 metri i contadini devono coltivare una varietà di patata che cresceva a 3600 metri.
Ma, conclude il Professore, la possibilità di uscire da questa follia, è percorribile. Non possiamo far tornare la natura come era prima ma quello che possiamo fare è mitigare gli effetti negativi della tecnologia. E’ ciò a cui Nodari sta dedicando le sue energie da alcuni anni: l’Agroecologia, unica via per abbandonare la strada della tecnologia applicata all’agricoltura di base, quella cui il Professore attribuisce una considerazione etica profonda: quanti geni ha una pianta? Ogni gene ha varie possibilità di combinazione operate nel tempo dagli agricoltori: sono contributi che, praticamente, ignoriamo, commenta il Professore che aggiunge: “Quella dell’ingegneria genetica è una appropriazione indebita delle conoscenze intellettuali di intere generazioni di contadini. Attraverso la transgenia è mutato il paradigma della proprietà intellettuale in agricoltura. Invece l’Agroecologia non ha effetti negativi, non usa veleni e diminuisce i costi di produzione. Una varietà transgenica costa 150milioni in più rispetto ad una varietà creola. Inoltre continua a produrre servizi eco sistemici perché in un unico terreno sono presenti decine o centinaia di specie. Al contrario, la monocoltura distrugge la catena trofica ed ecologica e favorisce l’uso di agrotossici”. Ma oggi chi studia agraria viene indirizzato a non riconoscere le interazioni tra le specie né l’importanza sociale dell’agricoltura. “Le università – dice Nodari – formano persone arroganti. Molti agronomi pretendono di sapere più di quanto non sappia un agricoltore, che in realtà sa di più”. Nodari e i suoi ricercatori, con l’Agroecologia, collaborano con un gruppo di agricoltori ad un progetto di miglioramento partecipativo delle specie vegetali basato su tecniche antiche quanto la storia dell’agricoltura: la selezione e ricombinazione naturale delle varietà. L’Agroecologia promuove la coesione sociale, quindi la pianificazione dei paesaggi che viene studiata in modo da ottenere un successo economico.  Si può fare: il Perù, ad esempio, è quasi totalmente agro ecologico. E la ristrutturazione del suolo danneggiato può avvenire in pochi anni. Ma si deve cambiare paradigma culturale. “Rimango sorpreso – dice Nodari – di quanto la gente sia interessata agli effetti sulla salute  di animali e piante e non sulla possibilità di restaurare e preservare. Ci sono pochissimi studiosi che stanno facendo ricerca su questo. Anche chi si occupa di Diritto, sembra non attribuire importanza all’Art. 225 della Costituzione. Dopo i primi anni successivi alla dittatura, quando tutti sembravano voler partecipare al destino del Paese, è finito tutto”. “L’avanzata della scienza e della tecnologia – continua - ha posto il problema dell’uso che si fa della conoscenza. Ad esempio il DDT è una molecola che è stata scoperta nel 19mo secolo da Nobel e in quell’epoca non esistevano norme in relazione agli agrotossici in agricoltura. Ma una questione che rimane senza controllo è pericolosa perché la scienza è cifrata, non arriva alla popolazione. La conoscenza non arriva mai alla società e il Ministero attribuisce poche risorse alla ricerca nel campo dell’Agroecologia che è una materia molto complessa perché necessita di competenze che riguardano le interazioni tra piante ed insetti, ad esempio. In tutto ciò la collaborazione con gli agricoltori è fondamentale ma negli ultimi decenni la loro capacità è stata poco valorizzata”. Ma non tutto è perduto: Gli esperimenti nel campo dell’agroecologia, negli ultimi anni, si sono moltiplicati[3] e hanno dimostrato come, campi abbandonati perché improduttivi in seguito ad uno sfruttamento chimico del terreno[4], siano tornati rigogliosi addirittura nell’arido deserto del Sahel, offrendo sicurezza alimentare a migliaia di nuclei familiari.
“Una volta che la transizione inizia, afferma Nodari, il percorso virtuoso è, ormai, avviato”. 


[1] http://ppgean.ufsc.br/docentes/rubens-onofre-nodari/
[2] https://allianceforbiointegrity.wordpress.com/index-key-fda-documents-revealing-1-hazards-of-genetically-engineered-foods-and-2-flaws-with-how-the-agency-made-its-policy/

[3]  “FAO Success Stories of Climate-Smart Agriculture” FAO 2014
[4] “A livello globale gli effetti dell’agricoltura chimica nel lungo termine sono stati disastrosi (…) Infatti, si interrompe l’equilibrio dei processi  ecologici del suolo, diminuisce la quantità di materia organica e, con questa, la capacità del terreno di trattenere umidità e carbonio”. Fritjof Capra, Anna Lappè, “Agricoltura e Cambiamento Climatico”, pg. 20, Ed. Aboca, 2016

mercoledì 6 aprile 2016

Entidades divulgam nota de repúdio a projeto que coloca natureza e saúde em risco

A Associação Gaúcha de Proteção ao Ambiente Natural (Agapan), em conjunto com outras entidades que integram o Fórum Gaúcho de Combate aos Impactos dos Agrotóxicos, assina aNota de Repúdio ao PL Nº 3200/2015. 


O documento indica que o PL (Projeto de Lei) "altera a nomenclatura de agrotóxicos para 'defensivos fitossanitários' e redefine e omite conceitos já consolidados na legislação, deixando lacunas que promoverão um vazio legal". Como exemplo, a nota cita que agrotóxicos como o 2,4 D (componente do Agente Laranja, utilizado na guerra do Vietnã), o Paraquat e o Glifosato não serão obrigados a ter registro "por não se enquadrarem no conceito de 'defensivos fitossanitários' proposto".
As entidades alertam a sociedade para "os riscos que essa proposta  representa ao meio ambiente e à saúde da população".

"Em oposição aos anseios da população com relação ao consumo de alimentos seguros, a proposta do deputado enfraquece o controle sobre esses produtos pelo poder público, concentrando poderes na nova estrutura, a CTNFito – integrada por cargos de confiança designados pelo Ministro da Agricultura, Pecuária e Abastecimento –, e retirando, por exemplo, atribuições do Ibama (meio ambiente), da Anvisa (saúde) e dos órgãos estaduais de fiscalização", denuncia o Fórum. 

O PL 3200/2015 é de autoria do deputado federal ruralista Covatti Filho (PP/RS), colega de partido do também deputado federal gaúcho Luis Carlos Heinze (PP/RS), autor do famoso PL Heinze, que enfraquece a lei que obriga a identificação de produtos alimentícios produzidos com transgênicos, que, por sua vez, são produtos fortemente envenenados. 

Se quiser saber mais sobre o PL Heize o votar contra a sua aprovação, acesse o site do Instituto de Defesa do Consumidor e preencha o formulário.

Fonte: Imprensa Agapan

Confira, abaixo, a íntegra do documento.

NOTA DE REPÚDIO AO PL Nº 3200/2015 


O FÓRUM GAÚCHO DE COMBATE AOS IMPACTOS DOS AGROTÓXICOS manifesta-se veementemente contra o Projeto de Lei nº 3200/2015, de autoria do Deputado Federal  Luis Antonio Franciscatto Covatti (Covatti Filho), o qual propõe uma nova normatização para os agrotóxicos e, para sua regulação, a criação de mais um órgão, a Comissão Técnica Nacional de Fitossanitários – CTNFito. 
O Brasil possui atualmente uma legislação considerada como uma das mais avançadas e completas sobre o tema agrotóxicos. A Lei nº 7.802/89 e seu Decreto regulamentador são detalhados e envolvem os órgãos de Estado responsáveis pela agricultura, pela saúde e pelo meio ambiente. Mesmo assim, não temos sido capazes de enfrentar o uso indiscriminado e abusivo de agrotóxicos, tornando o País o maior mercado consumidor de agrotóxicos do mundo, com imensos custos sociais e ambientais. 
Em oposição aos anseios da população com relação ao consumo de alimentos seguros, a proposta do Deputado enfraquece o controle sobre esses produtos pelo poder público, concentrando poderes na nova estrutura, a CTNFito – integrada por cargos de confiança designados pelo Ministro da Agricultura, Pecuária e Abastecimento –, e retirando, por exemplo, atribuições do IBAMA (meio ambiente), da ANVISA (saúde) e dos órgãos estaduais de fiscalização. 
O PL altera a nomenclatura de agrotóxicos para “defensivos fitossanitários” e redefine e omite conceitos já consolidados na legislação, deixando lacunas que promoverão um vazio legal. Para exemplificar, se aprovado o PL não haverá necessidade de registro de herbicidas, tais como o 2,4D, o paraquat e o glifosato, por não se enquadrarem no conceito de “defensivos fitossanitários” proposto. 
A proposta fere a Constituição ao retirar dos Estados e Municípios a competência para legislar de maneira mais restritiva em questões ambientais, de saúde e agronômicas. 
Consta na Justificativa do PL a semelhança da sistemática proposta com os modelos dos Estados Unidos da América e do Canadá. No entanto, não menciona que nesses países a proteção ao meio ambiente e à saúde efetivamente representam o objetivo principal do processo de controle, pautando a definição do órgão responsável por sua realização: nos Estados Unidos é um órgão federal do setor ambiental (Environmental Protection Agency – EPA) e no Canadá é um órgão do setor de saúde (Pest Management Regulatory Agency of Health Canada – PMRA). 
Se a intenção do projeto é “prestar segurança e celeridade aos processos em tramitação, por meio de uma nova dinâmica”, isso pode ser facilmente obtido com o aporte de recursos humanos, tecnológicos, orçamentários e financeiros aos órgãos de controle já existentes, não havendo a necessidade de criação de uma nova estrutura (CTNFito), muito menos dos gastos públicos que dela advirão. 
Por essas razões, o Fórum Gaúcho de Combate aos Impactos dos Agrotóxicos posiciona-se contra o PL e alerta a sociedade para os riscos que essa proposta representa ao meio ambiente e à saúde da população. 

Porto Alegre, 18 de março de 2016. 

As entidades que compõem o Fórum Gaúcho de Combate aos Impactos dos Agrotóxicos são as seguintes: Associação Brasileira de Agroecologia - ABA; Associação Ijuiense de Proteção ao Ambiente Natural – AIPAN; Agência Nacional de Aviação Civil - ANAC; Associação Gaúcha de Proteção ao Ambiente Natural - AGAPAN; Associação Gaúcha Pró-Escolas Famílias Agrícolas – AGEFA; Associação dos Juízes do Rio Grande do Sul – AJURIS; Brigada Militar; Centrais de Abastecimento do RS - CEASA/RS; Centro de Apoio ao Pequeno Agricultor – CAPA - Núcleo de Pelotas; Centro de Referência em Saúde do Trabalhador – CEREST Porto Alegre; Centro Ecológico; Comissão da Produção Orgânica do Estado do RS-CPOrg-RS/SFA/RS; Conselho de Segurança Alimentar e Nutricional Sustentável do RS – CONSEA/RS; Conselho Estadual de Saúde – CES/RS; Conselho Regional de Engenharia e Agronomia do Rio Grande do Sul – CREA/RS; Conselho Regional de Farmácia – CRF-RS; Conselho Regional de Medicina do Estado do RS – CREMERS; Conselho Regional de Nutricionistas-2ª Região – CRN-2; Coordenadoria-Geral de Vigilância em Saúde do Município de Porto Alegre; Delegacia de Proteção do Meio Ambiente da Polícia Civil; Empresa Brasileira de Pesquisa Agropecuária – EMBRAPA; Empresa de Assistência Técnica e Extensão Rural do Rio Grande do Sul – EMATER/RS;  Escola de Saúde Pública do RS; Federação dos Trabalhadores na Agricultura do RS – FETAG; Fundação Estadual de Proteção Ambiental Henrique Luiz Roessler - FEPAM; Fórum Fome Zero Porto Alegre; FUNDACENTRO-RS; Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis - IBAMA; Instituto de Pesquisas Biológicas - Laboratório Central de Saúde Pública do Estado/Fundação Estadual de Produção e Pesquisa em Saúde – IPB-LACEN-FEPPS; Laboratório Nacional Agropecuário – LANAGRO; Movimento dos Pequenos Agricultores - MPA; Ministério Público do Estado do Rio Grande do Sul; Ministério Público do Trabalho - Procuradoria Regional do Trabalho da 4ª Região/RS;  Ministério Público Federal - Procuradoria da República no RS; Ordem dos Advogados do Brasil - Seccional RS - OAB/RS; Pastoral da Ecologia da Conferência Nacional dos Bispos do Brasil - CNBB-Sul III-RS;  Polícia Federal - Superintendência Regional/RS; Pontifícia Universidade Católica do RS – PUCRS; Programa Estadual de Defesa dos Consumidores – PROCON-RS; Rede de Mulheres Negras para Soberania e Segurança Alimentar e Nutricional – REDESSAN; Secretaria da Agricultura, Pecuária e Agronegócio do Rio Grande do Sul – SEAPA/RS; Secretaria do Desenvolvimento Rural, Pesca e Cooperativismo do Rio Grande do Sul – SDR/RS; Secretaria do Trabalho e do Desenvolvimento Social do Rio Grande do Sul; Secretaria do Ambiente e Desenvolvimento Sustentável do Rio Grande do Sul – SEMA/RS; Secretaria Estadual da Saúde do Rio Grande do Sul – SES/RS; Superintendência da Receita Federal do Brasil/RS; Superintendência Federal de Agricultura-RS; Superintendência Regional do Trabalho e Emprego-RS; Universidade Estadual do Rio Grande do Sul – UERGS; Universidade Federal do Rio Grande do Sul - UFRGS.

domenica 15 novembre 2015

“Os agrotóxicos estão produzindo cada vez mais câncer e destruindo a biodiversidade”

14/nov/2015, 20h53min 
fonte:  http://www.sul21.com.br/jornal/os-agrotoxicos-estao-produzindo-cada-vez-mais-cancer-e-destruindo-a-biodiversidade


João Pedro Stédile: “O capitalismo sequestrou a função social da agricultura e transformou-a em um mero mecanismo de apropriação de riqueza”. (Foto: Guilherme Santos/Sul21)


Marco Weissheimer
É moderno um modelo de produção agrícola que expulsa as pessoas do campo para a periferia das grandes cidades, produz cada vez mais casos de câncer por causa do uso intensivo de agrotóxicos e que colabora para destruir a biodiversidade do planeta? Essa pergunta serviu de fio condutor à aula pública proferida na manhã de sábado (14), no Parque da Redenção, em Porto Alegre, por João Pedro Stédile, integrante da coordenação nacional do Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST). A aula pública, realizada ao lado da tradicional feira de produtos agroecológicos da Redenção, foi uma iniciativa da Frente Parlamentar Gaúcha em Defesa da Alimentação Saudável, presidida pelo deputado estadual Edegar Pretto (PT), em parceria com movimentos sociais como o MST e a Via Campesina.
Stédile iniciou a aula pública fazendo uma contextualização histórica do surgimento desse modelo de produção. “Estamos vivendo um período muito difícil na história da humanidade. Da década de 90 para cá, o planeta foi reorganizado na sua economia por uma nova etapa da ordem capitalista marcada pelo domínio do capital financeiro e das grandes corporações. Hoje, cerca de 500 empresas dominam 60% do Produto Interno Bruto (PIB) mundial, sendo que 50 delas atuam no setor da agricultura. Nunca antes na história, toda a humanidade esteve sob o domínio de um único modelo como ocorre agora. O capitalismo financeiro tomou conta do planeta”, assinalou. É neste domínio, acrescentou, que devem ser buscadas as verdadeiras causas da crise econômica que o Brasil enfrenta agora.

A aula pública foi realizada ao lado da tradicional feira de produtos agroecológicos da Redenção. (Foto: Guilherme Santos/Sul21)


Capitalismo sequestrou função social da agricultura
No plano da agricultura, disse ainda Stédile, o capitalismo financeiro sequestrou a principal função social dessa atividade, que é a produção de alimentos para a reprodução da vida humana. “O capitalismo sequestrou essa função e transformou-a em um mero mecanismo de apropriação de riqueza. Houve uma nova divisão internacional da produção agrícola. Um grupo de aproximadamente 50 empresas decidiu, por exemplo, que o Brasil deveria passar a produzir fundamentalmente soja, carne de gado, etanol e celulose. No Brasil, 85% das terras cultivadas, se destinam só a cinco culturas: soja, milho, pastagem, cana de açúcar e eucalipto. Cerca de 70 mil proprietários de terra fizeram uma aliança com essas empresas para implementar esse modelo. A Argentina, que no século XX chegou a ser chamada de celeiro do mundo, hoje só produz soja”.
Esse modelo hegemonizado por grandes corporações, apontou o dirigente do MST, realizou outros movimentos importantes. Um deles foi a padronização dos alimentos que foram transformados em mercadorias padronizadas. “Hoje, você vai em um supermercado em Pequim e ele é praticamente igual ao Zaffari”. Outro é a uniformização dos preços. “Marx até suspeitou que isso poderia acontecer, mas nunca na escala em que ocorreu. Ele escreveu no Capital que o preço das mercadorias é determinado pelo tempo de trabalho necessário para produzi-las. Ocorre que esses tempos de produção são diferentes dependendo das circunstâncias. O capitalismo uniformizou esses preços, que, hoje, são controlados por oligopólios. Ninguém mais sabe o valor exato das culturas do arroz, do feijão ou de outros alimentos. A safra de soja de 2019 já está vendida na Bolsa de Amsterdã a um determinado preço. Essa uniformização dos preços afetou a agricultura camponesa em todo o muno”, disse Stédile.

Stédile citou o caso da descoberta de glifosato no leite materno de mulheres residentes em Lucas do Rio Verde (GO).
(Foto: Guilherme Santos/Sul21)


A dependência em relação aos bancos
O controle de toda a cadeia de insumos, da semente aos agrotóxicos, permitiu que essas empresas modificassem todo o processo de produção. Uma das características desse novo padrão é a produção na maior escala possível para ter lucro máximo. “Os fazendeiros brasileiros”, observou Stédile, “são obrigados a aumentar cada vez mais a sua área de produção, pois têm que dividir seu lucro com essas empresas e com os bancos que financiam os plantios”. “Cerca de 65% do custo da produção de arroz hoje é com agroquímicos fabricados por essas grandes empresas. Além disso, a dependência em relação aos bancos é total. Nenhum fazendeiro consegue produzir hoje com recursos próprios. E há um ilusionismo estimulado pelo governo quando diz que está disponibilizando tantos bilhões para a agricultura. Não é o governo que disponibiliza. Esse dinheiro que é emprestado pelos bancos sai das nossas contas correntes, sem que recebamos qualquer juro por isso”.
Outra marca desse modelo é a imposição de sementes transgênicas, combinada com os agrotóxicos correspondentes a elas. João Pedro Stédile contestou o discurso dos que definem a transgenia na agricultura como uma conquista da modernidade. “Nada mais atrasado que o capital impor a propriedade privada de sementes. Isso existe no Brasil porque, em 1995, o governo Fernando Henrique Cardoso aprovou a lei de patentes para organismos vivos, que abriu as portas para o patenteamento de sementes. Não há nada de moderno nas sementes transgênicas, nem do ponto de vista da produtividade. A Embrapa tem hoje variedades de soja que tem uma produtividade maior que a Roundup Ready, da Monsanto. Mas ninguém fala disso”.

Evento foi uma iniciativa da Frente Parlamentar Gaúcha em Defesa da Alimentação Saudável, presidida pelo deputado estadual Edegar Pretto (PT). (Foto: Guilherme Santos/Sul21)


A conexão entre agrotóxicos e câncer
Junto com os transgênicos veio o aumento exponencial do uso de agrotóxicos. Segundo Stédile, há uma falácia que segue sendo repetida diariamente e que afirma a impossibilidade de produzir sem agrotóxicos em um clima tropical. Pelo menos eles são didáticos, ironizou Stédile, pois batizam a semente com o mesmo nome do agrotóxico correspondente, como ocorre no caso da Roundup. Além disso, acrescentou, outra consequência grave desse modelo foi o uso de agrotóxicos como substitutos de mão de obra. “Nos últimos dez anos, 2,4 milhões e trabalhadores rurais perderam o emprego no campo. Foram substituídos pelo veneno. Esse é o cenário que temos”.
Mas, por mais que o capital seja hegemônico, disse Stédile, as suas práticas vêm alimentando contradições que levam a uma crise. A primeira delas, apontou, é que os agrotóxicos estão produzindo cada vez mais câncer. Em março deste ano, a Agência Internacional de Pesquisa em Câncer (Iarc), ligada à Organização Mundial da Saúde (OMS), publicou um artigo que sistematizou pesquisas sobre o potencial cancerígeno de cinco ingredientes ativos de agrotóxicos realizadas por uma equipe de pesquisadores de 11 países, incluindo o Brasil. Baseada nestas pesquisas, a agência classificou o herbicida glifosato e os inseticidas malationa e diazinona como prováveis agentes carcinogênicos para humanos e os inseticidas tetraclorvinfós e parationa como possíveis agentes carcinogênicos para humanos. Destes, a malationa, a diazinona e o glifosato são amplamente usados no Brasil. Herbicida de amplo espectro, o glifosato é o produto mais usado nas lavouras do Brasil, especialmente em áreas plantadas com soja transgênica.
A partir do levantamento publicado pela Iarc, o Instituto Nacional do Câncer (Inca) divulgou uma nota oficial este ano chamando a atenção para os riscos que a exposição ao glifosato e a outras substâncias representam para a saúde dos brasileiros. Dentre os efeitos associados à exposição crônica a ingredientes ativos de agrotóxicos, o Inca cita, além do câncer, infertilidade, impotência, abortos, malformações fetais, neurotoxicidade, desregulação hormonal e efeitos sobre o sistema imunológico. O Inca e a Organização Mundial da Saúde estimam que, nos próximos cinco anos, o câncer deve ser a principal causa de mortes no Brasil. Stédile citou o caso da descoberta de glifosato no leite materno de mulheres residentes em Lucas do Rio Verde (GO), que foram contaminadas pelo glifosato presente na água da chuva.

O valor da encíclica Laudato Si
O uso de agrotóxicos, também apontou Stédile, está contribuindo decisivamente para a destruição da biodiversidade, com influência no clima. “O veneno destrói a biodiversidade. O Roundup destrói tudo, menos a soja. Não é preciso ser especialista para entender o que está acontecendo com o clima no Rio Grande do Sul. Estão plantando soja até em cemitério. A falta de água em São Paulo é outro exemplo e está ligada ao desaparecimento de rios e nascentes que abasteciam o sistema da Cantareira”.
Por fim, o dirigente do MST destacou que a recente encíclica Laudato Si, do Papa Francisco, também faz parte dessas contradições inerentes ao atual modelo hegemônico. “A crise dentro da Igreja, que também está dominada pelo capital, acabou gerando esse novo papa. A encíclica Laudato Si é uma obra prima de causar inveja ao velho Marx. Todo militante socialista e revolucionário tem que ler e ter em casa esse livro. Nele, encontramos os fundamentos doutrinários que explicam porque a humanidade tem que se levantar contra esse modelo que ameaça e destrói a vida”.


mercoledì 19 agosto 2015

Ciencia digna en tiempos indignos

Cómo se construye la ciencia digna en tiempos indignos. A luta contra los agrotòxicos.
Agrotóxicos en Argentina: “Están dañando el territorio, la genética y el futuro”

Resumen Latinoamericano/Mu, 17 de julio de 2015 –
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 El periódico Mu, editado por la cooperativa La Vaca, dedicó su edición del mes de julio a indagar sobre las consecuencias de la aplicación de los agrotóxicos. Reproducimos un reportaje a la doctora que en el Chaco integra la Red de Salud Popular “Dr. Ramón Carrillo”, María del Carmen Seveso. Investigó la relación entre las enfermedades que afectaban a las embarazadas, los bebés que nacían con malformaciones y los agrotóxicos. Los resultados son para ella las pruebas que acusan a los responsables de mirar para otro lado. Qué encontró y qué reclama. Viene de un lugar llamado Resistencia, con un pendrive repleto de fotos de bebés nacidos con malformaciones, órganos fuera de lugar, caras deformes, narices enormes, ojos imperceptibles, pies torcidos. “Más que fotos, son pruebas”, apunta con tono inquisidor hacia los responsables de seguir las puntas de este ovillo que hilvanaron médicos de distintos puntos del país, entre quienes ella se ha erigido como referente. “¿Quién va a pagar por esto?”, pregunta señalando esas dolorosas fotografías. La doctora María del Carmen Seveso mostrará estas pruebas en una de las conferencias del Congreso de Ciencia Digna, y luego se quedará charlando con la doctora Delia Aiassa, de la Universidad Nacional de Río Cuarto, especialista en investigar el daño genético que produce la exposición a agrotóxicos. Están planeando algo concreto: conectar las imágenes con la evidencia científica. Esa foto que las mostraría a ellas coordinando sus trabajos -y que no estará nunca en ningún pendrive ni diario ni nada- es otra prueba: la de cómo se construye la ciencia digna en tiempos indignos. 

María del Carmen Seveso
Los síntomas

 Seveso es médica especialista en Terapia Intensiva y en Terapéutica Farmacológica, entre otras cosas, y siempre trabajó con adultos. Primero en el servicio de terapia intensiva del Hospital Perrando, en Resistencia. Luego se radicó en Presidencia Roque Sáenz Peña (segunda ciudad más poblada del Chaco), donde dirigió el Servicio de Terapia del Hospital 4 de Junio, del cual actualmente es miembro del Comité de Bioética. Además, integra el Consejo de Bioética de la provincia del Chaco y forma parte de la Red de Salud Popular doctor Ramón Carrillo, una organización que desde hace años acompaña el reclamo de los pueblos fumigados. Su caso es similar al de otros profesionales de la salud con las antenas paradas: una médica intensivista que empezó a notar cosas raras. “Insuficiencias renales, deformidades físicas, y después los cánceres – enumera-. Recibía personas que tenían enfermedades gravísimas: unos entraban en coma, otros con insuficiencia respiratoria, y no tenían un diagnóstico, pero la enfermedad había evolucionado muy rápidamente. ¿Qué estaba pasando entonces? Había algo que aceleraba los procesos”. Seveso comenzó una investigación digna de cualquier serie norteamericana, con las herramientas que tenía a mano: recurrió al sistema de datos del servicio de terapia intensiva del Hospital 4 de Junio (centro de salud pública de referencia de la mitad de la población del interior del Chaco) para ver qué decían esos números. Cuenta:– “En la base de datos de pacientes internados se registraba un número importante de mujeres con patología del embarazo y puerperio”.– “Predominaban las que tenían complicaciones graves derivadas de la hipertensión inducida por el embarazo”.– “En el año 2007 aumentaron en tal magnitud que igualaron a la suma de los últimos 5 años anteriores. En ese año la siembra de soja transgénica fue la más importante y así también las fumigaciones”.– “Comenzamos a sospechar que había una relación, al igual que con otras enfermedades como cáncer en personas más jóvenes y con evolución tórpida, enfermedades neurológicas, respiratorias, etc.”– “En ese momento nos acercan la estadística de neonatos con malformaciones que provienen de la misma región y que triplicaban los datos de otros servicios de zonas no fumigadas”.– En la actualidad, dice, la multiplicación es mayor.– Según los parámetros de la normalidad, el 10% de las mujeres embarazadas puede tener esta problemática. En el Hospital 4 de Junio, “de 10 que llegaban a Tocoginecología, 4 eran casos con hipertensión inducida por el embarazo”. Es decir, el 40 por ciento.Seveso cuenta que la hipertensión durante el embarazo es una enfermedad sistémica, que enferma a los vasos y afecta a todos los órganos, y que produce nacimientos de bebés en condiciones críticas: neonatos con bajo peso, puede haber desprendimiento de placentas, corre riesgo la vida de la madre y el niño.

Ir al campo











Hay que imaginarse a María del Carmen Seveso, metro cincuenta de estatura, andando por los pueblos del interior del Chaco, visitando los lugares de donde llegaban sus pacientes enfermos para atar los cabos sueltos: “Se sumaba a nuestra sospecha que en los pueblos, cuando hablábamos con el personal de salud -entre ellos médicos, agentes sanitarios- nos decían que el problema que tenían era que las embarazadas presentaban hipertensión”. Es decir, la tendencia que notaban en el hospital también la constató en los lugares que visitaba. ¿Cómo comprobar si esa tendencia estaba relacionada con los agrotóxicos? No contaban con laboratorios. “Justo en ese momento nos llega un informe de una investigación realizada en Colombia por el doctor Jaime Altamar Ríos que mencionaba que los herbicidas que se utilizan actualmente provocan los mismos cambios endócrinos y hormonales que se describen en estos embarazos”.
Eureka. Discapacidad transgénica
Luego llegaron las evidencias científicas. “Hasta entonces no había muchas investigaciones publicadas, pero luego se pudo acceder a publicaciones de todas partes del mundo y de nuestro país que informan sobre investigaciones que demuestran que todos estos productos biocidas son los responsables del cambio en el número de autismo, obesidad, problemas de aprendizaje”, dice Seveso. Su conclusión es contundente: “Todo esto nos hace pensar que ya no tenemos que preguntarnos si estas enfermedades son causadas por el envenenamiento del medio ambiente y la calidad de la alimentación, sino al revés: tendríamos que preguntarnos qué enfermedad no es causada por esto”. Otro dato escalofriante: la doctora Seveso conecta la cantidad alarmante de escuelas para jóvenes discapacitados que hay en Chaco con esta exposición crónica a los biocidas, término que refiere al paquete de semillas transgénicas y agrotóxicos.En la actualidad son cuarenta las escuelas públicas, distribuidas en distintas localidades, y en las ciudades más grandes hay muchas más instituciones privadas. “Donde yo vivo, con una población de 89.800 habitantes hay aproximadamente 7 escuelas privadas y concentran una matrícula de 700 niños con capacidades diferentes”, cuenta Seveso. Y razona: “Si conectamos este dato al nuevo modelo de siembra, se entiende por qué hace 10 años la cifra de matriculados, en Sáenz Peña y en ese tipo de escuelas, era sólo de 100. Es decir, 7 veces menor”. Concluye con otro dato clave: “Los niños provienen de zonas fumigadas, prácticamente sin excepción”.

El mapa del cáncer

Durante el 2011 la doctora Seveso formó parte de un equipo de investigación encabezado por Mirta Liliana Ramírez, geógrafa, encargado de relevar las condiciones epidemiológicas de los departamentos de Bermejo, Independencia y Tapenagá, de la provincia del Chaco. Los resultados son contundentes: – En la localidad de Napenay (1.960 habitantes) el 38,9% declaró haber tenido en los últimos 10 años algún familiar con cáncer.– En Avia Terai (5.446) el porcentaje era de 31,3%.– En La Leonesa ( 8.420), el 27,4% tuvo un familiar con cáncer. – En Campo Largo, el 29,8%. – En otros pueblos testigos que fueron encuestados y que son ganaderos - Charadai y Cotelai - las respuestas positivas bajaron: sólo el 5 y el 3 %.El informe también resaltaba el “alto grado de inequidad” observado al analizar la exposición a los agrotóxicos: “Se observa una exposición desigual en los residentes de las zonas rurales y urbanas, en los diferentes estratos económicos de las zonas urbanas, entre los hombres y las mujeres, y los trabajadores del sector formal e informal; y en particular, los niños y los ancianos”. Seveso lo traduce a la realidad chaqueña: “Hay mucha gente muy pobre. La mayoría no tiene agua potable y se abastecen de los pozos y de aljibes, que es agua contaminada con agrotóxicos. Bañan a los bebés con esa agua, y la toman, porque no tienen ni para comprar un bidón. Son los más vulnerables”, reitera.

Lo insostenibile

El diagnóstico de la doctora Seveso culmina en un razonamiento elemental, básico a toda ciencia: “En un sistema sano todo está regulado. Es un tipo de sistema que, cuando hay una disrupción, funciona mal. Es como cuando vos alterás algo del sistema operativo de una computadora: se para, o se cuelga, o se te mete un virus. En síntesis: funciona mal. En un sistema de equilibrio perfecto, este tipo de alteraciones que representan los biotóxicos logran romperlo, porque son disruptivas. Los venenos estos, todos, son productos diseñados para matar la vida”.¿En qué etapa estamos ahora? “Estamos en una etapa en que la difusión está: la gente sabe de qué estamos hablando. Los políticos también. Entonces, cuando haya necesariamente un cambio por lo insostenible de este discurso, ellos van a ser solidariamente responsables por su negligencia. Esto recién empieza. Van a tener que pagar. Me duele mucho que los organismos de derechos humanos no asuman esto como una transgresión a esos derechos, en su máxima expresión: están dañando el territorio, la genética y el futuro. Y si no hacemos algo, va a ser cada vez peor. Porque en el futuro van a venir nuevas biotecnologías y nos va a resultar muy difícil identificarlas. Y hasta que eso ocurra ya habrán hecho aún más daño; tendremos que empezar a investigar de nuevo. ¿Viste esas películas de la devastación? Va a ser así algo así. En medio de esta postal desoladora, ¿qué representa la ciencia digna? No me considero científica. Yo soy de trinchera, trabajé con lo que muestran los pacientes y fui al lugar donde se enfermaban para entender qué pasaba. Creo que la ciencia digna es eso: tratar de explicar que pasó y que pasa con la sociedad en el momento en que te toca actuar. ¿Es posible que la ciencia hoy juegue ese rol? Te tendría que definir primero a la otra ciencia: la ciencia adicta al poder, la ciencia hegemónica que siempre dijo lo que al poder le interesaba que diga, la ciencia al servicio de las corporaciones, siempre con la complicidad de los Estados. Las universidades públicas investigan hoy con fondos de Monsanto y de las farmacéuticas. ¿A quién le sirve eso? Creo que la ciencia digna es Andrés Carrasco, que investigó y descubrió al monstruo: el glifosato. Lo dijo públicamente y murió peleando por eso. Y quizás sea un poco ese nuestro destino: pelear hasta morir, porque ya somos grandes”.

martedì 18 agosto 2015

UE e OGM: la grande truffa

di Chiara Madaro

La direttiva sugli organismi geneticamente modificati (Ogm) pubblicata a marzo di quest’anno e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea con il titolo di “DIRETTIVA (UE) 2015/412 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO dell'11 marzo 2015”, è la rappresentazione di quanto l’esperienza dell’Unione Europea sia, ormai, diventata un coacervo di interessi, lontani dai principi ispiratori che hanno permesso il suo battesimo. La direttiva in questione modifica la precedente (2001/18/CE) e consente agli Stati Parti di legiferare autonomamente sul proprio territorio, questo, almeno, quanto divulgato. Ma cosa c’è d’altro?
Dal testo della Direttiva si evince come, di fatto, non esistano leggi comunitarie realmente restrittive in materia di organismi geneticamente modificati. Una ammissione di incapacità nel raggiungimento di accordi comuni, di una visione limitata sul futuro agricolo dell’Europa. Una visione che ha già impoverito grossi settori produttivi italiani e distrutto pregiate cultivar autoctone e, dunque, biodiversità mediterranea/capacità produttiva.
La direttiva emanata in marzo, tra l’altro, si contraddice nel momento in cui, dopo aver citato ciò che non è possibile non ricordare, ovvero il principio di precauzione e la necessità di accertarsi che le tecnologie utilizzate non danneggino ambiente e salute umana, afferma quanto segue:
(5) “Quando un OGM è autorizzato ai fini della coltivazione conformemente al quadro normativo dell'Unione sugli OGM e soddisfa, per quanto concerne la varietà da immettere in commercio, le prescrizioni del diritto dell'Unione sulla commercializzazione delle sementi e dei materiali di moltiplicazione delle piante, gli Stati membri non sono autorizzati a vietare, limitare o ostacolare la sua libera circolazione nel loro territorio, salvo che alle condizioni definite dal diritto dell'Unione”.
Oltre che un evidente lesione del diritto di sovranità nazionale, un veto, dunque, al divieto di utilizzo di Ogm. Un veto che, di fatto, annulla il messaggio che ha reso questa direttiva così popolare (o impopolare) tra coloro che lottano contro la biotecnologia degli Ogm da anni. Perché se anche fosse vero che il nostro Paese legiferasse ‘contro’, se un produttore – come già accade – decidesse di avviare una coltivazione Ogm, con queste poche righe, nessuno potrebbe impedirglielo.
In più parti, inoltre, la nuova Direttiva specifica che i divieti a cui gli Stati possono ricorrere riguardano la coltivazione e non il libero transito e commercio di prodotti Ogm. Al punto 16 si afferma, infatti:
(16) Le limitazioni o i divieti adottati ai sensi della presente direttiva dovrebbero riguardare la coltivazione, e non la libera circolazione e l'importazione, di sementi e materiale di propagazione vegetale geneticamente modificati, come tali o contenuti in prodotti, e dei prodotti del loro raccolto, e dovrebbero inoltre essere conformi ai trattati, in particolare per quanto riguarda il principio di non discriminazione tra prodotti nazionali e non nazionali, il principio di proporzionalità e l'articolo 34, l'articolo 36 e l'articolo 216, paragrafo 2, TFUE.
Inutile dire che questa norma
Un fatto grave se si pensa che nessun Ogm può dichiarasi sicuro per il semplice fatto che non conosciamo tutta la sequenza genica di ogni essere vivente e, dunque, non siamo in grado di comprendere a cosa ci condurrebbe o ci sta conducendo l’uso di Ogm e, non dimentichiamolo, di pesticidi, necessità collaterale alla biotecnologia agraria.
Secondo l’Istituto Biologico Italiano: “La funzione del Dna è ancora sconosciuta. In particolare è sconosciuto il rapporto fra i geni e anche il rapporto di ogni parte con l’intera molecola. Pertanto è molto rischioso modificare il Dna introducendo un gene, perché non si sa che cosa questo possa provocare. E’ possibile che provochi l’attivazione di un altro gene con produzione di sostanze indesiderate (fenomeni allergici sull’uomo)”[1]. Motivo per cui l’Ibi contesta il principio di ‘soglia minima di tolleranza’ affermando che si tratta, di fatto, di un raggiro per i consumatori. Un raggiro di cui siamo già vittime in quanto, senza saperlo, già consumiamo prodotti Ogm importati dagli Usa dietro concessione della Comunità Europea. Se qualcuno si fosse chiesto come mai si stia assistendo ad un’escalation delle allergie alimentari e il motivo per cui è costretto a scegliere tra i piaceri della buona tavola e la salute, forse, inizia a farsi un’idea.
E può iniziare a farsi un’idea anche chi si scopre resistente ad alcuni antibiotici. Risale ancora agli anni 90 un rapporto scientifico depositato alla Camera dei Comuni britannica sull’indebolimento di difese immunitarie dovuto al consumo di alimenti Ogm, mentre una ricerca olandese ha provato che il Dna contenuto in un alimento non viene immediatamente disattivato ma impiega sei minuti, un tempo durante il quale può passare ai batteri dell’intestino il gene di resistenza agli antibiotici.
Il Premio Nobel per la Pace Vandana Shiva, biologa e attivista nel campo dell’agricoltura tradizionale afferma: “Con l’industrializzazione e la globalizzazione degli alimenti, il problema della sicurezza alimentare diventa sempre più allarmante. Su scala globale, assistiamo al diffondersi di nuove epidemie e alla mutazione di patologie che diventano più virulente. (…) Negli ultimi decenni si sono avvicendate due generazioni di nuove tecnologie connesse alla produzione alimentare. La prima grande trasformazione comporta l’impiego di prodotti chimici in agricoltura propagandato con il nome di Rivoluzione verde. I veleni chimici utilizzati in guerra vengono riciclati in tempi di pace e distribuiti come fertilizzanti sintetici e pesticidi. L’agricoltura e la produzione alimentare si trovano così a dipendere da armi di distruzione di massa”[2].
L’Encefalopatia bovina spongiforme con la sua variante umana (morbo di Creutzfeld-Jacob), febbre suina, encefalopatie non mortali ma gravemente invalidanti, aviaria, sono alcuni esempi di mutazioni di virus che dagli animali passano all’uomo generando morti e malattie degenerative gravi.
Secondo la scienziata indiana Shiva, lo Stato, anziché garantire i cittadini ed avviare protocolli di controllo nei confronti delle grandi imprese, “le lascia libere di agire e impone restrizioni ai piccoli produttori e alle culture locali fino a sancirne l’illegalità”. Ancora al momento in cui scriveva (2005) Shiva valutava positivamente la moratoria dell’Unione Europea sui prodotti agricoli e alimentari geneticamente modificati in quanto tutelava il diritto alla sicurezza alimentare. Ma molti prodotti confezionati, ad esempio, non sono soggetti ad obbligo di etichettatura per cui non sappiamo cosa stiamo ingerendo e, dunque, non possiamo scegliere, né fare una spesa consapevole.

Di fatto il fermo imposto dalla UE era l’unico ostacolo alla libera circolazione di alimenti senza controllo provenienti da Stati Uniti e Argentina, tra i maggiori produttori di erbicidi e agricoltura Ogm.
Da qui la pronta reazione di questi colossi agricoli in cerca di nuovi e fruttuosi mercati: il 13 maggio 2003 Stati Uniti, Argentina e Canada hanno impugnato la moratoria UE lamentando una discriminazione nei confronti dei loro prodotti e affermando che non poteva essere applicato il principio di precauzione ai prodotti Ogm.
Non sono in pochi, oggi, a sospettare che la nuova direttiva europea sia un comodo ‘cavallo di Troia’ in favore dell’accordo Commerciale Ttip, Accordo Trans-atlantico per il commercio e gli investimenti con gli Usa (ed escludendi i Paesi del Bric, Brasile, Russia, India, Cina). Un accordo che abbatterebbe molte barriere al momento esistenti, che viene pubblicizzato come un modo per facilitare gli scambi e dunque le opportunità di lavoro, di fatto un modo per le grosse imprese transnazionali per oltrepassare e annullare limiti ambientali e diritti imposti attualmente dalle leggi nei Paesi dell’Unione. Cosa se non un affronto per la sovranità degli Stati?
Pubblico una serie di 20 interrogativi posti nel 2000 dall’Istituto Biologico Italiano in un libretto informativo e divulgativo sugli “Alimenti geneticamente modificati”. Nella serie di interrogativi – che dopo quasi 15 anni rimangono senza serie risposte o azioni che vadano nella direzione dei diritti fondamentali dell’Uomo – anche l’introduzione ad una questione scabrosa, di cui poco si parla e che può dare la misura di quanto la scienza, sottomessa al potere di grosse entità finanziarie e farmaceutiche, abbia aperto scenari a dir poco raccapriccianti riguardanti l’umanizzazione di alcune specie animali compatibili con il trapianto di organi e parti di corpo.
Venti quesiti non risolti:
1-   Come si pensa di far fronte al pericolo che la manipolazione del Dna abbia effetti imprevisti, dovuti al fatto che la maggior parte dei geni di ogni organismo sono del tutto sconosciuti, come pure sono sconosciute le relazioni che intercorrono tra un gene e l’altro?
2-   Come si può evitare che alcune caratteristiche genetiche introdotte artificialmente nelle piante coltivate, come ad esempio la resistenza agli erbicidi o ad alcuni parassiti, non venga trasmessa, come già molto spesso è avvenuto, alle piante selvatiche rendendo queste pericolosamente infestanti?
3-   Come si può evitare che gli insetti ‘utili’ vengano distrutti, come già molto spesso avvenuto, alle piante selvatiche, rendendo queste pericolosamente infestanti?
4-   Come si può garantire che le modificazioni genetiche non scatenino delle caratteristiche di tossicità (come è avvenuto per la soia ibridata con la noce del Brasile e con il triptofano negli Stati Uniti) pericolose per chi assume le sostanze modificate?
5-   Come si pensa, in definitiva, di poter controllare i miliardi di reazioni, quasi tutte sconosciute, che legano le infinite forme di vita, in un equilibrio che si è formato nei millenni e che è in continua evoluzione? Se l’uomo incide comunque in questo equilibrio e porta danni all’ambiente anche con le tecnologie fino ad oggi adoperate, non è questa un’ottima ragione per usare maggiore cautela in un territorio (quello delle manipolazioni genetiche) in cui l’azione può avere un impatto ancora più devastante ed in cui la conoscenza è solo agli albori?
6-   Come si può evitare che la scelta di alcune specie a più alto rendimento e di maggiore interesse economico per chi non solo detiene il brevetto, ma può allo stesso tempo condizionare i mercati globali, porti alla scomparsa delle colture e tradizioni locali (di minore impatto ambientale) e soprattutto ad una rapida riduzione della biodiversità?
7-   Come si può evitare che i paesi in via di sviluppo, ricchi di diversità genetica e privi di tecnologie, non subiscano una nuova forma di colonizzazione da parte dei Paesi detti sviluppati, che imporranno loro i diritti di autore su ogni coltivazione commerciale?
8-   Come si può evitare che i brevetti sulle sequenze geniche e sui tessuti o cellule umane ostacolino un normale progresso scientifico con l’introduzione del segreto industriale nella ricerca?
9-   Come mai in questo settore non ci si è informati sul risultato disastroso che una simile legge ha prodotto negli Stati Uniti? Come si legge sulla rivista scientifica Nature (12/12/96, vo.384, p.500), negli Usa i maggiori istituti di ricerca come lo stesso Nih, non richiederanno mai più brevetti su sequenze geniche o materiale cellulare e condannano la prassi di concederli su scoperte e conoscenze che rappresentano strumenti indispensabili per la ricerca.
Per quale ragione l’Europa dovrebbe ripercorrere una strada già rivelatasi errata altrove?
10 – Se l’industria pensa al benessere del consumatore, per quale ragione essa ha fino ad oggi ostacolato gli sforzi di quest’ultimo di soddisfare il suo diritto ad una chiara etichettatura, che gli conceda la possibilità di scelta dei prodotti da consumare?
11 – Se l’industria vuole soddisfare la necessità di cibo nel mondo, ovvero ‘risolvere il problema della fame’, per quale ragione ha brevettato la tecnologia Terminator, che rende le piante sterili alla seconsa risemina, danneggiando gravemente gli agricoltori dei Paesi poveri?
12 – Se gli organismi modificati geneticamente causano danni alla salute o all’ambiente, chi pagherà i costi di questi danni? La mancanza di una chiara etichettatura rende impossibile risalire ai responsabili e la mancanza di studi scientifici adeguati rende impossibile fare una previsione sulla entità del danno (ragione per cui nessuna compagnia di assicurazione ha mai accettato di firmare una polizza!).
13 – In materia di xenotrapianti, come si può evitare che eventuali virus latenti, non identificabili perché sconosciuti, vengano trasmessi dall’animale ‘donatore’ nell’organismo del ‘trapiantato’ con il rischio di scatenare, attraverso quest’ultimo, una nuova imprevedibile epidemia (come quella dell’Aids) causata dall’adattamento (molto aiutato dagli immunosoppressori impiegati) di uno di questi virus alla specie umana?
14 – Sempre in materia di xenotrapianti, come si può accettare (o evitare) che il trapiantato divenga quella che i suoi chirurghi chiamano una chimera umana, le cui cellule, in tutto l’organismo, sono mescolate con quelle dell’animale donatore?
15 – Se è consentito creare animali transgenici ai fini della ricerca in modo tale che la loro sofferenza o menomazione fisica siano proporzionali ai risultati ad all’utilità medica per l’uomo, con quali criteri potranno essere valutate la sofferenza e le menomazioni fisiche degli animali?
16 – Nel caso di animali umanizzati per la ricerca scientifica o per la donazione di organi con l’introduzione di alcuni geni umani, quale numero massimo di geni si ritiene lecito inserire nell’animale (è facile immaginare che la tendenza sia verso una umanizzazione sempre maggiore per rendere il modello animale sempre più simile all’uomo o l’organo da trapiantare sempre meno soggetto al rigetto) in base ad un normale concetto di rispetto del corpo umano ed in base anche al recente voto dell’Assemblea Generale dell’Onu) (cfr. la domanda successiva)
17 – L’Assemblea Generale dell’Onu ha fatta sua , il 10/12/98, la Dichiarazione sul Genoma Umano dell’Unesco (11/97) per cui il Genoma Umano è patrimonio dell’Umanità e non può essere oggetto di attività commerciali; come si può conciliare questo importante accordo internazionale con una legge che consente i brevetti sulle parti del corpo umano, privatizzandole ed equiparandole ad una merce?
18 – Come si può brevettare, dunque equiparare ad una invenzione, quella che è la scoperta di elemento esistente in natura, di una parte o di un tutto di un essere vivente, che costituisce un elemento del patrimonio genetico tramandato da sempre su questo pianeta? Se anche (ma questo non è il caso dei brevetti sui geni o sulle parti del corpo umano) vi è l’introduzione di una modifica da parte dell’uomo, questo non consente a quest’ultimo di dichiararsi ‘l’inventore’. Come ha detto il giudice Marc Nadon, della Corte Federale canadese nel rifiutare il brevetto all’oncotopo, “…hanno introdotto una modifica nel topo, non hanno mica inventato il topo! Un animale non è materia prima per invenzioni”.
19 – Cui prodest? Cioè: a chi giova? Visto che gli aumenti di produzione, anche quando presenti, sono minimi e che i rischi sono così alti, a chi gioveranno gli Ogm se non  agli azionisti delle industrie biotecnologiche?
20 – Se la diffusione di Ogm dovesse rivelarsi un terribile errore, come si potrà ripulire il pianeta?



[1] Istituto Biologico Italiano, “Alimenti geneticamente modificati”, 2000
[2] Vandana Shiva, “Il bene comune della terra”, p.169, 2005, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano