Il suono dell'universo.

sabato 20 dicembre 2014

Attentato e vilipendio allo Stato - osservazioni alla rete di gasdotti nel Mediterraneo.


 
Al
Ministero dell’Ambiente
e della
Tutela del Territorio e del Mare


ATTENTATO E VILIPENDIO ALLO STATO:

MAFIA, CONTAMINANTI, AFFONDAMENTI E TERREMOTI.

RAGIONI A SFAVORE
DI PROSPEZIONI, TRIVELLAZIONI E GASDOTTI IN ADRIATICO.


Di Chiara Madaro


Visto che le informazioni che seguono sono già in possesso di Parlamento e Ministeri in quanto discussi negli anni e nelle sedi opportune attraverso interrogazioni parlamentari,
Visto che chi di dovere non può non sapere,
 l’obiettivo di questo scritto è ricordare quanto riferito in Parlamento e:
o   Ricevere spiegazioni sul motivo per cui non siano stati presi provvedimenti penali nei confronti di coloro che hanno avviato permessi di prospezione e ricerca in aree marine protette e in prossimità di aree densamente popolate con ricadute inevitabili sulla vita di flora e fauna, sulla vita e la salute delle comunità locali e sull’economia del Salento, un brand in crescita, apprezzato per aver mantenuto e sublimato le proprie tradizioni culturali, culinarie e naturalistiche
o   Comprendere se e quali provvedimenti siano stati presi nei confronti della Società San Leon Energy Srl e di coloro che ad essa hanno garantito concessioni di prospezione e trivellazione senza passare attraverso la necessaria e obbligatoria Valutazione di Impatto Ambientale
o   Sapere se sia stato verificato che petrolieri stranieri come Petroceltic o Northern Petroleum o Independent Resources, abbiano fatto pressioni su parlamentari e Ministri affinchè si potessero bypassare leggi e Costituzione italiane ottenendo successo
o   Sapere se le suddette compagnie abbiano effettivamente operato il fracking, pratica vietata nel nostro paese, così come affermato sui siti on-line delle compagnie stesse
o   Ricevere spiegazioni sul motivo per cui permessi criminali ai danni dello Stato e dei suoi cittadini, vengano attribuiti rimanendo impuniti
o   Verificare chi ha tratto o sta traendo beneficio da accordi insensati e criminali, cosa e chi attribuisca a ministri del popolo e parlamentari la capacità di rimanere impuniti a fronte di comportamenti evidentemente illegittimi
o   Sapere se l’intento di raddoppiare entro il 2020 la produzione di gas e petrolio implichi e preveda l’utilizzo di forme non convenzionali di pescaggio (fracking)
o   Sapere se sia effettivamente in progetto di fare del Canale d’Otranto non solo luogo di passaggio di idrocarburi ma di pescaggio







    Nel corso di una ricerca condotta dalla scrivente e risalente ad un paio di anni fa, dal sito inglese di ‘Petroceltic’, compagnia petrolifera inglese con interessi in Italia dal 2005, si leggeva la soddisfazione della Compagnia la quale seguiva le vicende politiche italiane e prevedeva con abbondante margine di sicurezza che il Governo sarebbe riuscito a superare le rivendicazioni accampate dalle popolazioni locali ed ottenere di poter iniziare a trivellare incrementando, quindi, il valore di Petroceltic. Una mission condivisa anche da Northern Petroleum, la quale, come ricordato in Senato dall’On. Adriana Poli Bortone, “(…)dichiara di voler 'acquisire siti esplorativi e produttivi a basso costo d'ingresso, allo scopo di aumentarne il valore per i propri azionisti”[1]. Ma mentre in Parlamento si denunciavano queste speculazioni, Petroceltic lamentava i ritardi imposti dal DL 128/2010, un decreto su cui il Ministro Prestigiacomo ritenne di dover ulteriormente intervenire in maniera cautelativa, allo scopo di modificare il Codice Ambientale in seguito al disastro della Deepwater Horizon in Messico. Il decreto vietava qualsiasi forma  offshore di E&P (Exploration and Production) collegata al petrolio entro 5 miglia nautiche dalla linea costiera e tutte le attività di offshore E&P entro 12 miglia nautiche per le aree marine o costiere protette.  Un provvedimento risibile se paragonato alle norme statunitensi dove vige il divieto di trivellare fino a 100 miglia da riva - 160 chilometri - per proteggere turismo e vita marina. Il DL 128/2010 fu, poi, modificato con il DL 83/2012 (il Decreto Sviluppo) pubblicato il 26 giugno 2012 sulla Gazzetta Ufficiale diventando Legge 134/2012. Dopo 4 giorni, il Ministero concesse i permessi di prospezione che, in base alle restrizioni applicabili all’esplorazione offshore e alle attività produttive che la Legge impone, avrebbero dovuto essere applicati oltre le 12 miglia al largo della linea costiera italiana. Ma la legge recita: “(…)le restrizioni non colpiscono le concessioni produttive che erano in corso di revisione o erano già state rilasciate al momento in cui il DL 128/2010 è andato in vigore né le successive modifiche o estensioni collegate a tali permessi”.  La specifica comporta che siccome Petroceltic aveva già da qualche anno affari in corso con il precedente governo riguardanti aree al di qua delle 12 miglia, i ripensamenti dell’ex Ministro Prestigiacomo non valsero. D’altra parte, a scanso di equivoci, il nome della Compagnia compare chiaramente nel testo del Decreto che chiarisce: “Petroceltic Italia S.R.L. detiene un certo numero di interessi già esistenti precedentemente al DGLS 128/2010”.

Sembrerebbe che le pressioni imposte al Governo dai petrolieri al fine di proteggere il valore economico del permesso e celermente superare l’impaccio legale, abbiano avuto l’effetto desiderato. Impacci da cui anche Clini, il successivo Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (un titolo che sembra uno scherzo) ha liberato i petrolieri perfino in prossimità dell’Arcipelago delle Tremiti, area marina protetta dal 1989. Qui Eni avrebbe ottenuto da Petroceltic l’operatività. In tal modo il danno ambientale sarebbe stato pagato non da Petroceltic ma da Eni la quale, come è noto, è un’azienda le cui azioni di maggioranza spettano allo Stato italiano. Il solito denaro pubblico che fa tanta gola a speculatori nostrani e d’oltralpe.
Non a caso: gli esperti informano che rispetto ai Paesi dell’Europa orientale, l’Italia è il terzo produttore di petrolio e il quinto di gas con riserve provate equivalenti a 622m barili di petrolio greggio e 8 TCF (Trilioni di Piedi Cubi) di gas. Sul sito di Petroceltic viene ricordato con soddisfazione anche che la Strategia Energetica Nazionale del nostro paese prevede di raddoppiare la produzione domestica di idrocarburi entro il 2020[2]. I propositi del Governo ottengono l’approvazione dell’Azienda, come se davvero le decisioni di uno Stato debbano ottenere la convalida di una Compagnia straniera privata. Non è, d’altra parte, un mistero per nessuno il fatto che il nostro paese è un paradiso per gli speculatori a causa di carenze normative e  della facilità con cui la mafia riesce ad infiltrarsi nelle più delicate operazioni dello Stato, rendendo possibile la realizzazione di attività altrove improponibili.

Fracking
Si parla perfino di pratiche illegali come il fracking. La tecnica consiste nell’iniezione di fluidi misti a sostanze chimiche, a sabbia o altri agenti di sostegno che servono a mantenere le fratture aperte nel terreno allo scopo di stimolare la fuoriuscita di gas e petrolio. In sostanza i fluidi riescono a propagare una frattura in uno strato roccioso già trivellato e aumentare poi la quantità di idrocarburo estratto da un giacimento inaccessibile. Secondo il CRC, questo processo viene attualmente utilizzato negli Stati Uniti in più del 90% dei pozzi di petrolio e gas. “Ma il rapido e geograficamente esteso aumento del fracturing – dicono gli esperti del CRC - ha sollevato preoccupazioni per i suoi potenziali impatti sulla qualità delle acque sotterranee e dell’acqua potabile e ha portato alla richiesta di un maggiore controllo da parte dello Stato”.  Infatti il fluido di fratturazione e l’acqua rimasta nell’area in cui è avvenuta la frattura, possono inibire la produzione di petrolio e gas e per questo devono essere ripompate in superficie. Si genera così un ‘riflusso’ del fluido di frattura che torna in superficie insieme all’acqua che si incontra nelle faglie naturali del terreno generando la cosiddetta ‘acqua prodotta’. Secondo stime di settore rilevate nelle varie aree geografiche, il volume dell’acqua di riflusso può variare da una quantità che va dal circa 30% a più del 70% rispetto al volume del liquido di frattura originale. Un pozzo può essere fratturato più volte utilizzando fino a 6milioni di galloni di acqua. Considerando che un gallone equivale a 4 litri e mezzo, facciamo un po’ due conti.
"Il ricorso all’uso della fratturazione idraulica - dice ancora il documento di presentazione della ricerca di IRC -  è in continuo aumento proporzionalmente al decremento dei giacimenti di petrolio e gas e alla crescita di richiesta di energia. Per questo le compagnie petrolifere si muovono in direzione delle formazioni non convenzionali di idrocarburi. La situazione appare preoccupante in quanto la fame di energia induce le compagnie petrolifere a lavorare anche in aree densamente popolate e il processo di fratturazione porta all’introduzione di fluidi chimici, metano ed altri contaminanti[3] negli acquiferi, da cui si approvvigionano gli acquedotti"[4]. Quale tipo di controllo esiste nel nostro paese?
Se questo avvenisse al largo del Canale d’Otranto contaminerebbe le falde da cui si approvvigionano le Terme di Santa Cesarea.
Ufficialmente la produzione di gas non convenzionale in Italia non esiste. Ma sul sito di Independent Resources, compagnia inglese vocata all’estrazione di idrocarburi e geograficamente strutturata in Italia si legge: “IRG holds extensive (…)unconventional gas exploration interests covering the entire Ribolla shale gas basin in Italy, and the strategically-positioned Rivara gas storage project in the Po Valley, in addition to other emerging interests in CO(2) sequestration”. Cioè: La Independent Resources detiene interessi estensivi per l’esplorazione di gas non convenzionale che ricoprono l’intera area del bacino di gas di scisto di Ribolla e per il progetto di stoccaggio della zona strategica di Rivara, nella Pianura Padana. E come abbiamo visto, il gas non convenzionale è quello che viene recuperato attraverso il fracturing.

All’inizio del 2012 la IR affermava anche di essere sul punto di sviluppare il primo progetto di gas non convenzionale in Italia tra le località denominate Fiume Bruna e Casoni.

Mentre a Febbraio ottiene un Decreto Ministeriale per il Progetto Rivara da parte del Ministero dell’Ambiente e del Ministero dei beni e delle attività culturali che danno le autorizzazioni per la raccolta del gas a Rivara, appunto. “Questo Decreto – dicono da IR -  formalizza la recente decisione della Commissione VIA (valutazione impatto ambientale) del Ministero dell’Ambiente (…) che ha lo scopo di confermarne definitivamente (…) la sicurezza e la fattibilità”.
Ci si chiede come sia stato possibile arrivare a questo dato che esistono studi ed evidenze che parlano di terremoti e contaminazione della falda acquifera. I terremoti avvenuti circa tre anni fa in Emilia Romagna portando in superficie fanghi fluidi con un evidente odore di zolfo, componente chimico di cui gli idrocarburi sono ricchi alle nostre latitudini, potrebbero essere la prova che il fracking sia stato praticato anche da noi. Quali controlli sono stati realizzati in merito?
E’ possibile che nell’ottica della più spietata speculazione finanziaria privata, e non in quella dei fondamentali diritti sanciti dalla Costituzione italiana[5], che si sono mosse le leggi nel nostro paese? Non la sicurezza dei cittadini né la salvaguardia del territorio ma gli interessi in borsa di compagnie straniere non sempre in grado di dimostrare tracciabilità, legalità e capitali tali da poter coprire economicamente eventuali – e probabili - incidenti sul nostro territorio.
Un altro capitolo, quello degli incidenti ambientali, delle bonifiche, delle ricostruzioni, dei ricollocamenti che, come evidenziato dalle cronache di queste settimane, rende più del traffico di stupefacenti. Secondo Giampaolo Schiesaro[6], avvocato dell’Avvocatura dello Stato di Venezia, anche le bonifiche sono un affare. “Dietro queste operazioni girano molti soldi, trattandosi di interventi molto ampi che richiedono l’esborso di notevoli importi economici – dice – ma il motivo fondamentale è che la bonifica avviene sempre meno a carico del soggetto responsabile del danno”; non è quindi un costo accessorio alla produzione ma un “costo sociale addebitato ai cittadini stessi”.
Denaro pubblico, dunque, su cui si concentrano gli appetiti di molti. “Sono coinvolti interessi criminali a vari livelli – continua Schiesaro - del resto il responsabile non si trova quasi mai”. Infatti nel nostro ordinamento giuridico l’accertamento del responsabile del danno con sentenza passata in giudicato non esiste (ndr). Inoltre “spesso le bonifiche possono essere realizzate o semplicemente fatte figurare come interventi con un certo contenuto tecnico, mentre, in realtà, sono tutt’altro”.
Non deve stupire, allora, che si dia il via con tanta facilità e bypassando la volontà e diritti dei cittadini che forniscono alternative ragionevoli di approvvigionamento energetico.
Nel corso di una interrogazione parlamentare del 17 ottobre 2012, seduta n.705 in Commissione Ambiente, i deputati Piffari e Cimadoro denunciano  indagini sismiche non soggette a verifiche di impatto ambientale – decisione incredibile e inaccettabile in un territorio ricco di opere artistiche e naturali uniche al mondo e fragili e delineano il ‘quadro sconcertante’ riguardo il sistema di autorizzazioni con la ‘presenza di numerosi casi di inquinamento delle aste da parte di soggetti non aventi diritto, sia dal punto di vista patrimoniale, sia dal punto di vista tecnico, attraverso un'alterazione se non la stessa partecipazione diretta delle cosche alle gare di concessione pubbliche’.
Nel giugno 2010, ancora Cimadoro denuncia presso il Ministero dello Sviluppo Economico il fatto che la società San Leon Energy srl, con capitale sociale di soli euro 10.000, avente sede in via Rubichi n. 93 a Monteroni di Lecce – il sito corrisponde ad un appartamento disabitato all’interno di una palazzina popolare - ha presentato al Ministero dello sviluppo economico, in data 21 febbraio 2008, tre domande di ricerca in mare di idrocarburi ottenendo i permessi necessari. Curioso che sia stato dato credito ad una società non tracciabile e nata solo l’anno precedente (2007) in un paese la cui notorietà è dovuta al potere detenuto dalla Sacra Corona Unita.
Per tornare a Petroceltic: tra gli interessi della compagnia figura un sito all’interno del Golfo di Taranto, in prossimità della terraferma e uno al largo del Canale d’Otranto, proprio dove dovrebbe passare la pipeline carica di idrocarburi provenienti dal Nordafrica. Questa coincidenza non può sfuggire e viene il sospetto che il Canale non sarà ‘solo’ luogo di passaggio di tubature contenenti materiale fortemente corrosivo e contaminante. Facile sospettare, invece, che si trivellerà per pescare idrocarburi off-shore. Sospetto avvalorato da quanto dichiarato su petrolioegas.it dove si legge che le prospezioni non sono fine a stesse. Infatti: “Il permesso di ricerca è richiesto e rilasciato al fine del rinvenimento di giacimenti di idrocarburi e della loro conseguente coltivazione in caso di scoperta. La coltivazione è quindi concessa al titolare del permesso che abbia rinvenuto un giacimento idoneo. Le attività di ricerca sono strettamente connesse a quelle di coltivazione: si ricerca con rischio al fine di scoprire nuovi giacimenti; non si eseguono delle ricerche senza la prospettiva di godere dei benefici con la coltivazione qualora un giacimento fosse rinvenuto”.
Triste pensare, d’altra parte, che la certezza vantata già da alcuni anni  dalle compagnie petrolifere in merito alla quantità e alla natura degli idrocarburi contenuti nel sottosolo marino al largo delle coste pugliesi, comporta un fatto: i sondaggi capaci di fornire certezze sulla quantità di petrolio e gas in Adriatico e Ionio sono stati già operati anni fa a insaputa delle popolazioni e delle amministrazioni locali. E’ lecito pensare che il periodo in cui questi sondaggi sono stati realizzati può essere rintracciato in prossimità di eventi inusuali per le coste salentine: lo spiaggiamento in contemporanea di 7 cetacei tra i quali una femmina in attesa, avvenuto nel 2009. Evento mediatico in quanto unico in tutta Europa. Già all’epoca si parlò di air gun. Gli esperti trovarono bolle di gas nei vasi sanguigni degli animali. Fatto  dovuto ad una repentina risalita in superficie dei capodogli, probabilmente spaventati da rumori troppo violenti nei fondali. In seguito si sono verificati casi simili a decine.
Gli air gun vengono utilizzati nel corso delle prospezioni. Sono armi capaci di sparare onde sismiche ad altissima intensità e capaci di sprigionare energia pari a quella di una bomba atomica e di fornire indizi sulla quantità di idrocarburi contenuti nel sottosuolo marino. Secondo l'ingegner Giuseppe Deleonibus, ingegnere ambientale specializzato in tutela ambientale e controllo dell'inquinamento, gli air gun si basano su fenomeni di riflessione e rifrazione delle onde elastiche generate da una sorgente artificiale, la cui velocità di propagazione dipende dal tipo di roccia, ed è variabile tra 1.500 e 7.000 metri al secondo (tra 5.400 e 25.200 chilometri orari) e che tale metodica di ricerca è ufficialmente annoverata tra le forme riconosciute di inquinamento dalla proposta di direttiva n. 2006/16976 recante gli indirizzi della strategia comunitaria per la difesa del mare[7].
Un problema non solo per la vita acquatica in sé ma anche per la nostra a causa di fusti colmi di contaminanti adagiati sui fondali dell’Adriatico.

Armi chimiche sui fondali
Ancora la Sen. Poli Bortone avvisa il Parlamento dell’esistenza  di circa 20 mila bombe chimiche in Adriatico meridionale. Si tratta in maggioranza di bombe all’iprite affondate nel 1943 insieme alla nave statunitense ‘John Harvey’ ma non mancano ordigni riconducibili alla guerra dei Balcani. Per non parlare delle navi - 25 registrate dai Lloyd’s di Londra, 40 secondo varie Procure. Navi affondate su cui grava il sospetto del traffico di rifiuti pericolosi. bombe all'iprite, dunque, ma anche al fosgene, disfogene, adamsite, acido cianidrico, bombe a grappolo del tipo blu27, proiettili all'uranio impoverito senza contare che il basso Adriatico è stato utilizzato fino agli anni '70 per lo smaltimento di munizionamento militare obsoleto e vi sono stati affondati residuati bellici provenienti dalla bonifica dei porti pugliesi e da depositi e stabilimenti di produzione, assemblaggio e sconfezionamento di ordigni. Secondo l’interrogante, andrebbe anche sottolineato come tali ordigni siano dispersi in un'area piuttosto ampia, che si estende dai fondali delle aree portuali fino a tratti di mare a diversa distanza dalla riva, anche per la pratica degli operatori di riaffondare in ambito portuale i residui bellici accidentalmente salpati[8].
Nel 1974, poi, fece scalpore il caso dell’affondamento della nave mercantile ‘Cavtat’, avvenuto in circostanze e modalità poco chiare al largo del Golfo di Otranto.


Secondo il manifesto di bordo, la Cavtat viaggiava con un carico di 2500 tonnellate di cui 270 di piombo tetraetile divise in 900 bidoni e il resto di ‘ferraglia’ e materiale chimico non ben definito. Secondo alcuni poteva trattarsi di armi anche perché, a differenza di quanto dichiarato in origine, il cargo salpava dal porto di Manchester[9], all’epoca noto per via del traffico d’armi. Il carico fu recuperato nei quattro anni successivi grazie all’impegno profuso dall’allora pretore di Otranto, Alberto Maritati. Un impegno proseguito malgrado le pressioni esercitate nei suoi confronti da entità governative e internazionali affinché il carico fosse lasciato in fondo al mare. L'ultimo bidone di piombo tetraetile fu portato in superficie il 12 aprile 1978 a dispetto del parere di una commissione internazionale composta da 12 scienziati della Nato i quali affermarono che tra il ‘76 e il ‘77 i bidoni avrebbero iniziato a disperdere il loro contenuto. Il costo dell'intera operazione ammontò a 15 miliardi di Lire ma riguardò solo i fusti di piombo tetraetile; il resto del carico, quello che veramente preoccupava la comunità internazionale e di cui tutt’oggi non si sa nulla, rimase nel relitto. Se si trattava veramente di armi, per quanto chimicamente letali, è certo che le ragioni che prevalsero nella gestione della faccenda non furono di natura ambientale e le priorità rispetto ai rischi che si volevano evitare portavano a ritenere che qualsiasi rischio ambientale era sempre meglio di altri rischi. Sembra essere una costante in molti casi.

Il catrame pelagico
Un'altra questione riguarda il catrame pelagico che giace sui fondali del Mediterraneo: 38mg per metro quadro a fronte dei 10 mg del Mare dei Sargassi e 3,8 del Mare del Giappone. Quando le onde vengono sparate dagli air gun quel materiale si rimescola e va in circolo. Se questo avviene in un mare sostanzialmente chiuso come è l’Adriatico, un mare inadatto a smaltire le sostanze inquinanti, si comprende cosa avverrebbe alle specie ittiche che ancora circolano. E a noi, ultimo anello della catena alimentare[10].
La questione è più che un’eventualità dato che lo scorso anno (febbraio 2014) è stata documentata la presenza di ampie chiazze di catrame sulla riva di alcune spiagge salentine. La Sen. Adriana Poli Bortone nel corso di un’interrogazione parlamentare dell’ 11.11.2011 ricorda che “(…) il suono viaggia nell'acqua circa quattro volte più in fretta che nell'aria (la velocità di propagazione del suono in aria è di 343 metri al secondo, in acqua di circa 1.483 metri al secondo), per cui le onde hanno la potenzialità di diffondersi su raggi molto elevati, anche di 100 chilometri e a ridosso dell'air gun si possono misurare picchi di pressione dell'ordine di 230 dB (a mero paragone, un'esplosione nucleare in mare ha un valore di 300-310 decibel)”. Poli Bortone ricorda ancora gli studi del Norwegian institute of marine research i quali hanno messo in evidenza una diminuzione delle catture di pescato fino al 50 per cento in un'area distante fino a 2.000 metri dalla sorgente durante l'utilizzo di air gun”.

Recenti studi e inchieste condotti in aree compromesse hanno dimostrato la minaccia che queste attività rappresentano per la specie umana. Così come i metalli pesanti, anche gli idrocarburi tendono ad accumularsi in alcuni tessuti degli esseri viventi. Attraverso cibo o bevande contaminate o per via cutanea, queste sostanze si diffondono rapidamente perché liposolubili e dunque in grado di attraversare le membrane cellulari e depositarsi nei tessuti adiposi e negli organi drenanti (reni e fegato). Da qui vengono metabolizzati in pochi giorni ed eliminati. Ma nel frattempo hanno avuto modo di legarsi a DNA ed RNA provocando dunque alterazioni genetiche, malformazioni gravi e interferenze gravi con il corretto funzionamento del sistema endocrino.
Di queste circostanze si è discusso in Parlamento. Dunque cosa non è chiaro a chi ha chiuso intese irregolari accordando i necessari permessi per prospezioni e trivellazioni?
Non è un caso se il presente scritto segnali interventi avvenuti in Parlamento: non c’è niente di quanto evidenziato fin qui che non sia risaputo da chi, volta dopo volta, in modo più o meno pertinente, prende decisioni non richieste - e motivatamente avversate dai cittadini - che danneggiano gravemente l’incolumità delle popolazioni locali di tutto il paese.
Secondo il parere della sottoscritta si configurerebbe il reato di delitto contro lo Stato, punibile dal Codice Penale (in particolare Art.241[11] e 246[12]). E non valgono le giustificazioni di solito accampate in questi casi di ‘agire nel superiore interesse dello Stato’. Esistono alternative valide agli idrocarburi: dalla tecnologia al plasma (utile anche all’annoso problema dei rifiuti) all’energia geotermica, dal minieolico all’energia solare (soggetta ad una campagna pubblicitaria di disinformazione secondo cui è troppo costosa e quindi poco conveniente rispetto all’energia nucleare). Il nostro Paese potrebbe diventare una potenza energetica pulita e l’industria delle rinnovabili sarebbe capace di potenziare la produttività.  Secondo l’Ing. Antonio De Giorgi del direttivo di Italia Nostra Sud, “Fonti rinnovabili significa democrazia ma negli ultimi anni abbiamo perso posti per 100mila persone che lavoravano nel fotovoltaico. Le nostre aziende - puntualizza – erano il fiore all’occhiello nella produzione internazionale e sono dovute andare all’estero perché il Governo un paio d’anni fa ha azzerato il fotovoltaico con marchingegni legislativi”. E a proposito di chi sostiene che il fotovoltaico sia insufficiente afferma che: “Chi dice queste cose in pubblico spacciandosi per esperto dovrebbe vergognarsi perché non è vero: con le rinnovabili l’energia diventa un bene comune, possiamo essere autosufficienti, sono il modello verso cui stiamo andando; possiamo decidere se essere protagonisti del cambiamento”.
Malgrado negli ultimi anni questi argomenti siano stati dibattuti a livello mondiale, continuiamo a dover affrontare questi disegni criminali. L’impressione è che il cittadino debba difendersi dallo Stato o da coloro detengono il potere, colpevoli di stragi che si perpetuano nel tempo, rimanendo impune grazie ad una fitta rete criminale. L’idea di welfare e democrazia è lontana, invisibile.





[1] Interrogazione a risposta scritta 4 - 06237 presentata da ADRIANA POLI BORTONE
venerdì 11 novembre 2011, seduta n.636
[2] “Italy is the third largest producer of oil and the fifth largest of gas in Western Europe. Proven reserves in Italy to date exceed 622m barrels of crude oil and 8 TCF of gas. Recent years have seen a considerable increase in the level of interest in Italy’s energy resources and a greater number of companies have been attracted to the area.
As a large net importer of hydrocarbons, there is a large market for domestically produced gas. Italy is also seen by many as being a likely hub for gas import into Europe. The development of a series of pipelines linking Italy to major gas producers such as Algeria, and Libya and the development of new LNG terminals will ensure that Italy can fulfill this role.
Petroceltic has had a strong presence in Italy since 2005. The current portfolio consists of two permits
(1 operated) in the western Po Valley and four permits (all operated) in the central Adriatic area.
Currently the Italian government is developing a National Energy Strategy which aims to double domestic hydrocarbon production by year 2020. In order to achieve this it is recognized that Italian permitting regulations will need to be aligned with European standards and that authorisation timelines need to be reduced. It is clear that the Italian Government sees the upstream sector as a potential key source of jobs, growth and energy security and intends to take active steps to improve the regulatory landscape to encourage and facilitate investments and development. Petroceltic welcomes this approach and believes that it will enable development and growth of our Italian portfolio”. Su: http://www.petroceltic.com/operations/italy.aspx

[3] Le acque, utilizzate nel processo di fratturazione idraulica sono spesso addizionate a diverse sostanze pericolose, tra le quali naftalene, benzene, toluene, xylene, etilbenzene, piombo, diesel, formadeldeide, acido solforico, tiourea, cloruro di benzile, acido nitrilotriacetico, acrilamide, ossido di propilene, ossido di etilene, acetaldeide, ftalati, cromo, cobalto, iodio, zirconio, potassio, lanthanio, rubidio, scandio, iridio, krypton, zinco, xenon e manganese
[4] La IEA, l'Agenzia Internazionale per l'Energia, nel documento «Golden Rules for a Golden Age of Gas» del 2012, ha posto in luce possibili problemi derivanti da un eccessivo sfruttamento di questi idrocarburi;
i molteplici effetti del fracking sono stati analizzati anche da un rapporto ordinato dalla Commissione ambiente del parlamento europeo, pubblicato nel luglio 2011 (Impacts of shale gas and shale oil extraction on the environment and on human health). La principale fonte di preoccupazione è la contaminazione delle falde acquifere – sotterranee e superficiali – dovute a fuoriuscite di fluidi di fratturazione contenenti additivi chimici o di acque reflue contenenti gas metano disciolto, fango e sostanze chimiche (ad esempio metalli pesanti) e radioattive eventualmente provenienti dal giacimento;

[5] L’Art.32 tutela la salute e il diritto degli individui a vivere in un ambiente salubre  e di fruire dei servizi minimi sufficienti per l’integrità fisica e sociale dell’ambiente”.
[7] Interrogazione a risposta scritta 4 - 06237 presentata da ADRIANA POLI BORTONE
venerdì 11 novembre 2011, seduta n.636
[8] Interrogazione parlamentare al Ministro dell'ambiente del 22 settembre 2004 del senatore Franco Danieli
[9]
 All’epoca dei fatti si sospettò che il carico dovesse servire alla guerra turco-cipriota caldeggiata dalla Cia. Proprio a Manchester, infatti, esisteva un enorme deposito d'armi appartenente a Samuel Cummings ex agente dell'organizzazione americana e indiscusso re del traffico d’armi su larga scala. La sua compagnia, la Interarms, registrava un fatturato annuo che ammontava mediamente a 100milioni di dollari provenienti da accordi stretti con dittatori, despoti, rivoluzionari e controrivoluzionari che alimentavano tra le altre, le guerriglie centro americane, senza fare distinzione di bandiera. L’affondamento della Cavtat avvenne alle 4.12 del 14 luglio 1974 quando entrò in collisione con la 'Lady Rita', battente bandiera panamense, e comandata dal napoletano Carmine Laudato. Colpiscono alcuni particolari: l’imbarcazione non affondò dal punto in cui venne colpita e poi l’affondamento durò 6 ore durante le quali non fu mai lanciato l’SOS. Non fu mai possibile stabilire ufficialmente un legame tra l’affondamento della Cavtat e la guerra di Cipro ma i fatti avvennero giusto pochi giorni prima dell’invasione turca (20 luglio 1974) mentre le operazioni di recupero terminarono a guerra finita.
[10]I sedimenti delle piattaforme possono subentrare nella catena alimentare anche per un raggio di 10 chilometri dal punto di emissione.
[11] “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni.
La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche”.
Codice Penale, Libro Secondo, Dei Delitti in Particolare, Titolo 1: Dei delitti contro la personalità dello Stato, Capo 1: Dei delitti contro la personalità internazionale dello Stato, Art.241 – Delitti contro l’integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato.
[12] Il cittadino che, anche indirettamente, riceve o si fa promettere dallo straniero, per sé o per altri, denaro o qualsiasi utilità, o soltanto ne accetta la promessa, al fine di compiere atti contrari agli interessi nazionali, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 516 a euro 2.065.
Alla stessa pena soggiace lo straniero che dà o promette il denaro o l'utilità.
La pena è aumentata:
1) se il fatto è commesso in tempo di guerra ;
2) se il denaro o l'utilità sono dati o promessi per una propaganda col mezzo della stampa.

sabato 1 novembre 2014

Ambiente ed ecumenismo


Di Chiara Madaro

Come ci siamo arrivati? Come siamo arrivati al punto in cui anche un gesto naturale come l’allattamento, la prima forma di cura e nutrimento, si sia tramutata in una delle prime forme di contaminazione con cui i neonati vengono a contatto? Gas, petrolio, uso indiscriminato di pesticidi, monocolture ed altro ancora, hanno portato i territori in cui viviamo e la nostra salute ad un punto di non ritorno. Le istanze della scienza rimangono disattese nel denunciare come il crescente aumento di patologie che ci colpiscono in età sempre più giovane quali autismo, malformazioni genetiche anche gravi, danni al sistema endocrino (diabete, celiachia, obesità), neurologico e cognitivi (autismo, iperattività, Alzheimer,  Parkinson ecc.), cardiovascolare, tumori, infertilità, siano attribuibili ai cosiddetti ‘interferenti endocrini’, sostanze di sintesi o naturali contenute, appunto, negli idrocarburi e nelle tante sostanze e prodotti che ci semplificano la vita. Alcune tra queste sostanze sono state proibite ma continuiamo a respirarle e ingerirle a causa della loro persistenza nell’ambiente. Altre, ancora, mostrano, oggi, l’irreparabilità dei danni.

Killer silenziosi che usiamo quotidianamente e che saturano l’aria delle città più industrializzate provocando il fenomeno del bioaccumulo e contaminandoci. Come a Brindisi, dove un recente articolo pubblicato da ricercatori del CNR ha rilevato come l’esposizione delle madri ai contaminanti stia determinando un aumento delle malformazioni dei feti. Gli scienziati spiegano i risultati allarmanti del loro studio epidemiologico ricordando che Brindisi è una città altamente industrializzata interessata da attività produttive che riguardano il settore degli idrocarburi, farmaceutico, metallurgico ecc. Una situazione che aveva presentato il conto già alla fine degli anni 80, quando il Ministero dell’Ambiente aveva dichiarato la città e i comuni circostanti ad alto rischio di crisi ambientale con la Legge 349/1986/art.1 e successivamente inserita nel Programma nazionale di recupero ambientale con la Legge 426/98.

Noi, i nostri territori, le nostre economie, che oggi – finalmente - giovano di un mancato coinvolgimento nel vortice dell’industria pesante ed emergono, invece, nell’immaginario collettivo nazionale come ultima frontiera di una sostenibilità possibile, vengono insidiati da promesse mendaci e ingannevoli. Ingannevoli, perché sventolano soluzioni energetiche sorpassate basate sugli idrocarburi come il massimo della modernità possibile; ingannevoli perché associano al gas l’aggettivo ‘pulito’ offrendo al pubblico immagini rassicuranti; ingannevoli, perché raccontano una mancanza di convenienza nell’investire in forme democratiche di approvvigionamento energetico, ingannevoli, infine, perché parlano di benefici duraturi laddove di duraturo vi sarebbe solo l’impossibilità di utilizzare per scopi agricoli vaste estensioni di terreni contaminati e malattie.

In Puglia, già 30 anni fa, bastava passare dall’Autostrada per capire che a  Taranto non si respira un’aria salubre. Ma il caso è esploso nella sua tragicità solo oggi. La parabola industriale dei vantaggi è già nella sua fase discendente. Ma la città non potrà più contare sul turismo, sulla pesca o sull’agricoltura. Dovrà, invece, fare i conti con le spese sociali e sanitarie derivanti da un’economia insostenibile.

Gli economisti ambientali dell’Università di Bath Alistair Hunt e Julia Ferguson hanno realizzato una stima dei costi generati da un piccolo gruppo di malattie causate dagli interferenti endocrini: in Europa si spendono tra i 636 e i 637,1 miliardi di euro all’anno. Una stima, specificano, che non ha tenuto conto né delle spese attribuite alle famiglie né alle giornate di lavoro perse a causa di malattie contratte dal lavoratore o dai suoi familiari né, tantomeno, dello stato di disagio, miseria e paura generati dalla necessità di lasciare il lavoro per poter accudire i propri cari.

Appare, dunque, legittimo chiedersi fino a che punto sia il caso di lasciarsi sedurre dall’attuazione di grandi progetti che riproporrebbero nei nostri territori danni economici e sanitari già visti altrove. Come a Gela, come in Abruzzo, come nella Val d’Agri, stupenda fino a pochi anni fa e oggi incoltivabile, irrespirabile e dove il progresso causa malori e un aumento considerevole dei casi di tumore tra le comunità locali.

Un peccato che il grande associazionismo non sia mai intervenuto concretamente a sensibilizzare, a creare consapevolezza e alternative.

Ma l’inattività di chi può fare molto non deve essere una giustificazione alla rassegnazione. Dobbiamo essere consapevoli che, una volta innescati, da questi cambiamenti non si torna indietro. E agire di conseguenza, far sentire la propria voce: un dovere di madre, di padre, di figlio, di cittadino. Un dovere segnalato da ogni confessione religiosa.

E’ in quest’ottica che la Conferenza Episcopale Italiana, 9 anni fa, ha raccolto la proposta della Chiesa ortodossa e consacrato la giornata del 1 settembre (giorno del capodanno ortodosso) alla Salvaguardia del Creato, una giornata dedicata alla natura spirituale dei temi ambientali ma generata dal timore espresso già nell’89 dal Patriarca di Costantinopoli Dimitrios I in merito alle conseguenze del deterioramento dell’ambiente, opera di Dio che l’uomo si sta arrogando il diritto di sciupare.

Timori espressi con forza anche dal Papa Francesco nell’Enciclica Evangelii Gaudium che denuncia l’aumento di alcune patologie ed esprime la necessità di dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”, un’economia che uccide, che si basa sulla legge del più forte. “Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale”, dice Francesco. E continua: “In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta”.  Il mercato, il denaro, idolatrati come un moderno vitello d’oro da cui accettiamo passivamente la sua tirannia sulle nostre vite e i nostri destini mentre ci si fa beffe dell’etica, minaccia alla ‘manipolazione della persona’ che viene ‘addomesticata’ a sopportare forme di iniquità. Una soluzione temporanea in cui Francesco avverte, latente, un pericolo: “(…)quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé – dice il Papa - non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence  che possano assicurare illimitatamente la tranquillità”.

Vengono alla mente le tante lotte che da nord a sud impegnano i cittadini nella strenua e continua difesa dei propri territori, della salute dei propri figli, di una sostenibilità delle politiche economiche e per questo trattati come criminali nel nome di una miope politica delle ‘grandi opere’. Politiche che, col favore di Banca Mondiale e Fondo Monetario, hanno provocato danni e instabilità in altri continenti – la splendida Terra da cui arriva il Papa continua a soffrirne - e presentate come la soluzione ai problemi del nostro Paese: dal traforo del Monte Grappa, il monte sacro per le comunità locali, al gasdotto Tap in Salento, dall’Alta Velocità ai Centri Oli, dai rigassificatori alla nave dei veleni di Gioia Tauro. Il paese viene trasformato in spazzatura, luogo di smistamento e passaggio di sostanze dannose tra le proteste inascoltate da chi dovrebbe proteggere gli interessi dei cittadini.

La fragilità dell’ambiente come causa di guerre e conflitto, dunque.

Proprio in questi giorni viviamo con ansia le sorti della guerra in Siria, una guerra causata dalla volontà di possesso di una risorsa importante per popoli che vivono in paesi in via di desertificazione: l’acqua. Una guerra per l’acqua, per il possesso del Tigri e dell’Eufrate utili alla realizzazione del grande ‘Progetto Anatolico’, una serie di dighe per la creazione di energia elettrica, nascosta dietro il conflitto religioso.

Da qui la necessità di un dialogo e un’apertura con i credenti delle religioni non cristiane “(…)nonostante i vari ostacoli e le difficoltà – dice Francesco - particolarmente i fondamentalismi da ambo le parti. Questo dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose”. Uno sforzo necessario per superare il tentativo di alcuni politici che “approfittano di questa confusione per giustificare azioni discriminatorie”.

Protagonista delle cronache, il fondamentalismo islamico, che, privato della sua dimensione mistica, emerge in questi anni nella sua veste aggressiva e selvaggiamente violenta. Ma anche l’Islam  possiede un’etica ecologista che mette in relazione la soluzione dei problemi ambientali con la rinascita della spiritualità e della fratellanza. La Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell'Islam (1990), ad esempio, punta molto su questi temi. L’Articolo 1 recita: “Tutti gli esseri umani formano un'unica famiglia i cui membri sono uniti dalla sottomissione a Dio e dalla discendenza da Adamo”. E prosegue: “E' proibito ricorrere ai mezzi che possono provocare il genocidio dell'umanità ed è vietato abbattere alberi, danneggiare colture o animali, nonché distruggere le costruzioni o le istallazioni civili del nemico bombardandoli, minandoli o con altri mezzi”. Molto diverso anche il concetto della stessa Jihad, interpretata come materiale atto di guerra e violenza dagli estremisti, significa, in realtà ‘massimo sforzo’. E’ lo sforzo spirituale, la lotta interiore che ogni credente deve intraprendere in direzione del cambiamento.

L’umanità come un’unica famiglia, quindi. Come nel buddismo, tra le filosofie religiose che maggiormente si sono spese sui temi della relazione tra uomo e ambiente.

 Una delle dottrine fondamentali nel buddismo è il principio di non-dualità tra vita e ambiente: ogni cosa, ogni fenomeno è connesso e interdipendente e fa parte di una ‘rete’ di energia sottile, l’energia fondamentale che sta alla base della vita. Per questo a piante, rocce, animali, esseri umani, deve essere attribuita pari dignità. Una natura sofferente è specchio di un’umanità sofferente. Ma per il buddismo un cambiamento in positivo dell’individuo dovrà inevitabilmente innescare metamorfosi positive nell’ambiente e nella società in un rapporto di causa-effetto. Molto francescano, poi, il concetto secondo il quale le nostre sofferenze sono generate da un pensiero dominato da collera, stupidità, avidità. Nella Proposta di pace 2014 il leader buddista della Soka Gakkai, Daisaku Ikeda raccomanda alle Nazioni Unite di impegnarsi nella costruzione di ‘società resilienti’, capaci, cioè, di adattarsi alle sfide che l’ambiente ci sottopone, condividendo obiettivi comuni e sostenibili.

Quanto c’è di diverso da quello che le religioni animiste ci hanno sempre raccontato? I popoli indigeni della terra, primitivi per la nostra arroganza occidentale, ci hanno avvertito da sempre del fatto che nessuna tecnologia al mondo avrebbe potuto sfamarci o metterci al riparo da una natura arrivata allo squilibrio, alterata. Ma abbiamo preferito chiudere gli occhi davanti agli indizi. Ancora oggi non ci animiamo a rassegnarci alla necessità di invertire la tendenza.

Alcuni personaggi di origine indigena che hanno ricevuto una cultura tale da poter comunicare con la mentalità dell’occidente, hanno scelto di dedicare la propria vita a trasmettere un messaggio di pace e lotta per l’ambiente, affinchè si recuperi quel rapporto perduto tra uomo e natura attraverso una ritrovata spiritualità e consapevolezza. In Italia c’è Atucà, origini Guaranì, antica razza sudamericana, una delle prime contattate  dai bianchi, decimata da quelle ‘cose’ di cui parla il buddismo: avidità, supidità…

Razza decimata preferendo la morte alla sottomissione. Riusciremo, noi, a rifiutare la sottomissione all’agnello d’oro? All’effimero? Riusciremo a recuperare il rapporto perduto con la natura, quale che sia il nostro credo religioso? A proteggere i nostri figli dalla sofferenza? Ad invertire la tendenza?

L’autore Gregg Braden, carriera dedicata all’industria energetica e alla difesa e oggi divulgatore del ‘ponte’ esistente tra scienza e credenze afferma: “Esiste un momento, in qualunque crisi, nel quale si può scegliere di andare verso una trasformazione che, dal semplice atto di sopravvivere, può evolvere in sviluppo. Quel momento segna un punto di svolta”.

Dobbiamo prendere coscienza del fatto che possiamo e dobbiamo invertire la tendenza attraverso uno sforzo di attenzione e azione. Dobbiamo sapere cosa succede nei nostri territori e opporci, non delegare, non permettere che il nostro fondamentale diritto alla salute, ad una vita degna di essere vissuta, alla dignità, venga calpestato dall’arroganza di pochi, capaci di vedere il guadagno immediato e non i gravi costi che ricadrebbero sui nostri figli, sui nostri genitori, su noi stessi.

Siamo al nodo, a quello che la scienza chiama il ‘punto critico’, il ‘punto di svolta’, il momento in cui anche un piccolo cambiamento può determinare IL cambiamento. L’aumento verticale delle patologie che affliggono l’umanità e gli eventi estremi ci stanno mettendo davanti allo specchio. E’ il momento di fare una scelta: rimanere passivi e continuare a farsi sopraffare dagli eventi o interessarsi, farsi un’opinione e creare reti di cittadini, comunità resilienti, raccogliere l’invito che i capi religiosi della Terra ci stanno rivolgendo?

domenica 14 settembre 2014

Della tirannide


Di Chiara Madaro
Decisioni prese di nascosto dalle popolazioni locali, ratifiche ministeriali avviate in barba alle proteste generali, progetti che prevedono di lastricare il territorio di tubature di grandi dimensioni  per il trasporto degli idrocarburi, forma ormai obsoleta di produzione energetica, un Presidente del Consiglio che, alle legittime e circostanziate proteste di sindaci e amministratori locali e regionali, risponde: “Trovate voi un’alternativa” come se il destino e la progettazione dell’approvvigionamento energetico del Paese, l’evoluzione verso forme sostenibili , praticabili per territori soleggiati durante la maggior parte dell’anno, non fossero affar proprio. Ma di che stupirsi se questo stesso Presidente si è auto-incoronato ricevendo gli onori dei capi di Stato delle maggiori democrazie occidentali?

Non è la fotografia di qualche paese dell’est europeo o africano governato da dittatori e tiranni: queste cose succedono da noi. E’ questa la democrazia di una Repubblica parlamentare dell’occidente? La Repubblica che ha dato i natali ad un certo signore che già nel 1777 affermava che…

« "...Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo" ».[1] Non possiamo dire di  non essere stati avvertiti.

Perché dopo tre secoli siamo ancora (o di nuovo?) a questo punto?

Perché? Se i mezzi di comunicazione che abbiamo nella nostra disponibilità sono capaci di creare reti di informazione? Se da decenni sappiamo che gli idrocarburi hanno altrove prodotto danni incalcolabili alle nostre società? Perché? Se l’alternativa sostenibile c’è ed è percorribile?

Si, siamo schiavi. Di chi? E di cosa? Dell’agnello d’oro, di cui a noi arrivano solo gli spiccioli, per tenerci buoni. Siamo sicuri che è questo che vogliamo? Possibile che i ‘mezzi di distrazione di massa’ siano stati così potenti in questi anni da non farci vedere che l’autismo, il diabete, le malattie neurodegenerative che colpiscono i nostri cari, i nostri neonati, siano diventate una epidemia?

Fino a pochi decenni fa, la parola epidemia, faceva venire in mente malattie fortemente infettive, facilmente trasmissibili. Oggi si applica a malattie mentali che dilagano e che creano difficoltà comportamentali, nei casi più leggeri. E’ il prezzo che paghiamo per l’anestesia che colpisce le nostre società e che non ci fa reagire alle ingiustizie.

Quando sarà la volta di troppo, capace di farci decidere che dobbiamo riappropriarci dei nostri diritti? 

Chi voglia provare a farsi un'idea su cosa sia TAP e cosa comporterebbe, troverà qui di seguito il file del Minambiente su cui è possibile trovare la documentazione completa relativa al 'dialogo' con le popolazioni locali terminato con un colpo di mano del Ministero.

http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/625/841?Testo=&RaggruppamentoID=186




[1] ‘Della tirannide’ , Vittorio Alfieri, 1777

sabato 13 settembre 2014

TAP: comunità locali gabbate. Repubblica delle banane?

Dopo la manifestazione anti-TAP di Bari, che ha visto protagonisti i sindaci salentini che, con chiarezza, si sono espressi 'contro', il 20 settembre una nuova manifestazione a San Foca. Per info: https://it-it.facebook.com/m5sattivistilecce/posts/682058648551739
 
Qui di seguito, una lettera di Beppe d'Ercole, presidente dell'Associazione 'Vivere Lecce' sui dannosi progetti pensati per il Salento.

                                             Al Sig. Presidente del Consiglio dei Ministri                                                               Al Sig. Ministro dello Sviluppo Economico                   
              e, p.c. Componenti Commissione Sviluppo e Economico Camera  
                                             Commissione Industria Turismo Senato

                                              Sigg. Parlamentari
                                              Sig. Presidente Regione Puglia
                                              Sigg. Assessori Regione Puglia

 

 

TAP SAN FOCA

 



Il Salento, e la sua popolazione, dal dopoguerra in avanti, sono stati pesantemente aggrediti.



Prima a nord ovest, con l’ILVA di Taranto, dove solo la Magistratura sta difendendo salute e ambiente, dopo decenni di cecità della classe politica; a seguito delle inchieste penali, oggi emerge la motivazione di tale cecità.



A nord est con Cerano, dove, nell’impossibilità di ottenere da ENEL la conversione a metano che pure, leggiamo, avrebbe dovuto essere attuata da anni, confidiamo ancora nella Magistratura.



Con amaro sarcasmo, possiamo affermare che, nei pressi della ciminiera della centrale, gli abitanti del paese di Tuturano possiedono il parco auto più inquinante d’Italia ed hanno la particolarità di bruciare nei loro camini un tipo di legna talmente inquinante da doverne proibire l’accensione, o addirittura prevedere la possibilità di dotare ogni canna fumaria di appositi e costosissimi filtri! Non dimentichiamo che la centrale di Cerano venne realizzata nonostante un Referendum popolare l’avesse bocciata con il 92% di NO, nel silenzio della classe politica locale: solo il crollo della Prima Repubblica consentì ai parlamentari di fare outing e spiegare perché furono costretti a stare zitti.



Ora si tenta l’assalto sul lato sud est, con la TAP, per completare il quadro.



Premesso che la nostra Associazione nacque un quarto di secolo fa anche per opporsi al falso ambientalismo del NO a tutto e comunque, cosa che, ritenevamo, stava paralizzando l’Italia, siamo favorevoli a tutto ciò che migliora la qualità della vita ed in particolare alla realizzazione delle infrastrutture, delle quali siamo privi, essenziali per lo sviluppo di questo territorio.



Non facciamo parte, quindi, dei NO TAP né qui né ovunque, ma riteniamo la scelta di San Foca un gravissimo errore, fortemente penalizzante per le popolazioni, l’economia e la salute.



In sintesi, l’attuale approdo previsto, non solo danneggerebbe irrimediabilmente il turismo, principale risorsa economica dell’area; il tracciato del gasdotto penetrerebbe poi pesantemente all’interno del territorio, con la scellerata localizzazione del primo rigassificatore (della superficie di 12 ettari) a 8 chilometri dalla costa, proprio nei pressi dell’area archeologica di Pozzo Seccato e del relativo Ecomuseo dei Paesaggi di Pietra - per il potenziamento del quale sono recentemente stati appaltati i lavori - per poi proseguire per circa 60 km sino a Mesagne (punto nodale).



In tal modo l’infrastruttura verrebbe a creare una profonda ferita in un territorio che mantiene, ovunque, oltre alle intrinseche valenze paesaggistiche, le tracce attestate del passaggio della civiltà sin dalle sue origini: il Salento, infatti, proprio per la sua collocazione geografica di ponte verso l’oriente, fu tra i primissimi luoghi d’Europa dove approdò la civiltà sviluppatasi nel medio oriente, prima di risalire verso nord! Danni inutili, quindi, alle popolazioni,



Pur nutrendo forti perplessità sull’effettiva necessità dell’opera, ci rendiamo conto dell’impossibilità di battersi contro forze economiche e politiche così potenti. Esiste, tuttavia, la possibilità di ripensare la localizzazione dell’approdo in un’area già compromessa, a soli 15 km da Mesagne!



E’ stata proposta, da persone avvedute, l’area “ex Micorosa” all’interno della zona industriale di Brindisi, per la quale, i consiglieri comunali proponenti chiedono “una sostanziale contropartita, che non può limitarsi alla sola bonifica delle aree inquinate d’interesse, che dovrà essere totalmente a carico della società TAP. Ma ci dovrà essere anche un accordo strategico tra gli enti preposti per consentire l’immediata restituzione agli usi legittimi di quei terreni in area industriale già caratterizzati e, in genere, sostenere un sensibile rinnovamento della città” Esistono già dei fondi pubblici da poter utilizzare: 48 milioni di euro, destinati proprio alla messa in sicurezza del sito Micorosa, da sommare ai 50 milioni di euro indicati dal governo quale ristoro per le aree in cui sarà localizzato l’impianto. Il gasdotto, così, potrebbe diventare, secondo gli amministratori brindisini, “occasione di sviluppo e occupazione”.



L’ipotesi di rilocalizzazione, oltre a rappresentare una scelta condivisa, oltre a non arrecare danni al territorio, potrebbe rappresentare l’occasione sia per la bonifica di un’area oggi altamente inquinata e inquinante sia per ottenere, finalmente, la riconversione della centrale ENEL a metano, eliminando il carbone altrettanto inquinante.



Facciamo, quindi, appello alla ragione e all’intelligenza e v’invitiamo a voler esaminare queste opportunità salvando un’area a forte valenza paesaggisticamente e storicamente vocata al turismo.



Distinti saluti.



 



  Il Presidente



Beppe D’Ercole



 



 

Associazione Vivere Lecce

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lunedì 25 agosto 2014

Tierra yerma – terra sterile



Traduzione: Chiara Madaro

http://www.ecoportal.net/Temas_Especiales/Suelos/Tierra_yerma_o_Granero_del_mundo
 Disboscamento, dislocazioni e uso massiccio di agrochimici: sono alcune delle conseguenze già conosciute dell’attuale modello agricolo. Un altro fattore fondamentale, riconosciuto anche da imprese e governi, è l’impoverimento dei suoli. Con ogni ‘buque’[1] carico di soia si esportano 3.500 tonnellate di nutrienti. “L’eccesso di soia nella matrice granaria è un attentato contro la conservazione del suolo”. La critica non arriva da un’organizzazione sociomabientale nè da ricercatori critici contro il modello agricolo (i quali avvertono i medesimi rischi), ma da un editoriale del quotidiano La Nación, tribuna agricola.

E’ un fatto che ormai nessuno smentisce: i suoli dedicati all’agricoltura si stanno impoverendo a ritmo  accellerato, fatto che già impatta sulla produttività e sottolinea i limiti e le conseguenze del modello agroindustriale. Dati del Instituto de Tecnología Agropecuaria (INTA) rivelano che con ogni nave carica di soia si perdono 3.500 tonnellate di nutrienti.

L’impoverimento dei suoli e il modello agrario così come l’attività mineraria estrattiva hanno lo stesso significato. Il suolo è composto da polvere e minerali ma al tempo stesso è un ecosistema vivo e dinamico con migliaia di esseri viventi miscroscopici i quali contribuiscono alla ritenzione e alla distribuzione dei nutrienti, imprescindibili affinchè le piante crescano. Il suolo è anche materia organica (sostanze che sono il risultato della decomposizione di materia animale  e vegetale). Tutte le piante prendono nutrienti dal suolo e tutti gli altri residui (sostanze che sono il risultato della decomposizione della materia animale  e vegetale) consegnano nutrienti alle piante che crescono. La materia organica è importante affinchè si eviti l’erosione del suolo e renderlo maggiormente poroso, fatto che aiuta l’assorbimento dell’acqua (ed evitare lo scorrimento rapido, anticamera delle inondazioni).

Fa tutto parte di un processo ciclico di accumulazione antico di migliaia di anni. “La materia organica si trova sopratutto nello strato superiore del suolo (la più fertile). La vita vegetale e la fertilità del suolo sono processi che si avvantaggiano reciprocamente e la materia organica è il ponte”, spiega l’organizzazione internazionale GRAIN nel suo dossier “Estrattivismo e agricoltura industriale o come convertire suoli fertili in territori minerari”. La soia occupa 20milioni di ettari. Il 60% della superficie coltivata in Argentina. Un solo prodotto. La soia è la regina. E nella sua crescita consuma nutrienti. Esempio: in una produzione di 4.000 kili per ettaro, la soia consuma anche fosforo, potassio e zolfo.

L’Istituto Nazionale di Tecnologia Agraria è l’organismo ufficiale maggiormente riconosciuto nel mondo agrario argentino ed è stato (è) il braccio tecnico esecutore nella conferma del commercio agrario. Proprio secondo INTA, “In una nave caricata con 40mila tonnellate di soia si esportano 3.576 tonnellate di nutrienti. Se il carico è di grano i nutrienti raggiungono le 1.176 tonnellate e, nel caso del mais, 966 tonnellate per ogni nave.

Nel caso della soia, le 3.576 tonnellate di nutrienti estratti (azoto, fosforo, zolfo, potassio e magnesio) equivalgono a 8.700 tonnellate di fertilizzanti (urea, perfosfato semplice, cloruro di potassio e solfato di magnesio). Ogni tonnellata di fertilizzante ha un costo medio di 450 dollari, valore che, moltiplicato per 8.700, fa quasi 4 milioni di dollari che vanno via dal suolo argentino con ogni nave di soia.

In un raccolto stimato in 54 milioni di tonnellate, il costo dei nutrienti estratti si avvicina ai 5.265 milioni di dollari. Una fortuna che viene estratta dal suolo argentino. INTA lo chiama “costo occulto” del terreno destinato all’agricoltura.

L’ingegnera agronoma Graciela Cordone di INTA Casilda[2] è tra le autrici del dossier e ha illustrato così la fuga dei nutrrienti: “Avremmo bisogno di 300 camion per caricare i fertilizzanti che contengononi nutrienti che si esportano in ogni nave”. A questo si dovrebbe sommare la matreia organica che si perde e che ha una diretta relazione con la qualità (che si va perdendo) del suolo. “Si deve prendere coscienza del fatto che il suolo si esaurirà se continuiamo a sfruttarlo con l’attuale sistema produttivo. Dobbiamo usarlo in maniera sostenibile in modo che i nostri figli possano continuare a produrre con buon rendimento”, avverte la ricercatrice INTA.

Il modello

http://www.ecoportal.net/Temas_Especiales/Contaminacion/glifosato_y_transgenicos_el_caso_argentino_y_las_consecuencias_sobre_la_salud
 Il Secondo Congresso Nazionale di Ecologia e Biologia dei Suoli (Conebios II), è il nome di un meeting poco comune che ha visto riunirsi nel corso di tre giorni scienziati preoccupati della situazione critica delle superfici agricole sfruttate. Nel corso dell’incontro sono stati presentati 74 lavori scientifici. “Si sfrutta il suolo fino all’esaurimento dei nutrienti ed esiste il pericolo di una virtuale scomparsa”, avvisa il documento finale elaborato al termine dei lavori in cui viene sottolineato che il suolo è un bene sociale e, come tale, deve stare a disposizione e a beneficio di tutti.

Realizzato nell’aprile del 2011, il congresso è stato l’anticamera della creazione della Società Argentina di Biologia ed Ecologia dei Suoli e nelle sue conclusioni ha sottolineato che l’applicazione di agrochimici riduce l’abbondanza e la diversità delle comunità di animali esistenti nel suolo (animali che regolano i processi ecologici del suolo e hanno una relazione con la fertilità degli stessi), una proporzione considerevole di pesticidi può danneggiare i microorganismi (batteri e funghi) del suolo e assicura che gli agrochimici maggiormente utilizzati negli attuali sistemi dominanti di produzione agricola producono alterazioni nella fissazione dell’azoto.

I ricercatori hanno ricordato che i suoli attuali sono il risultato di processi fisici, chimici e biologici realizzati nel corso di milioni di anni e che il recupero degli stessi a fronte dell’attuale deterioremento che stanno subendo può essere estremamente lento o addirittura inesistente. “Il suolo si deve considerare a fini pratici come un bene non rinnovabile”, avvisa il documento finale del Congresso e afferma che l’attuale modello agricolo dominante “compromette lo stesso processo produttivo a medio e lungo termine e colpisce negativamente l’integrità e funzionalità dell’ecosistema del suolo e, pertanto, compromette la sostenibilità”.

L’organizzazione internazionale GRAIN ha investigato per 20 anni producendo materiale sull’impatto della produzione alimentare concentrata nelle mani delle corporazioni.

 
http://www.reduas.fcm.unc.edu.ar/situacion-de-los-pueblos-fumigados-en-argentina-2012/
“Estrattivismo e agricoltura industriale o come convertire i suoli fertili in territori minerari”, è il titolo di questa ricerca che spiega come il modello agricolo decimi i suoli. Viene precisato che nella seconda metà del XX secolo si dette impulso alla cosiddetta “rivoluzione verde”, un modello di agroimprese (avviato col via libera dei governi) basato su agrochimici, semi sotto controllo societario e monocolture. “In un sol colpo si tentò di cancellare 10mila anni di costruzione di saperi fino a rendere i suoli un substrato morto ai fini dello sviluppo delle piante con l’apporto di nutrienti esterni una volta che quelli del suolo si sono esauriti”, denuncia.

Analizza, poi le informazioni ufficilai di INTA e precisa numeri dei campi usati per la coltivazione in Argentina: nell’anno 2006/07 sono state estratte 3.500 milioni di tonnellate di azoto, fosforo, potassio e zolfo. Tradotto in denaro: 1.700 milioni di dollari.

Quanto alla soia, afferma che produce “una intensa degradazione”, con una perdita che va tra le 19 e le 30 tonnellate di suolo in base alla gestione, alla pendenza del suolo e al clima.

Nel periodo 2006/07, con una produzione di 47milioni di tonnellate di soia, si sono estratte 1.149.000 tonnellate di azoto, 255.000 tonnellate di fosforo, 760.000 tonnellate di potassio. “L’agricoltura industriale è un’attività estrattivista perchè considera i suoli come un substrato inerte dal quale si estraggono nutrienti (proteine e minerali) utilizzando tecnologie e prodotti chimici (fertilizzanti, pesticidi, erbicidi, fungicidi)”, afferma GRAIN e la paragona con l’attività mineraria “con l’unica differenza che con l’industria mineraria si estraggono minerali in maniera diretta e con l’agricoltura industriale ciò avviene attraverso un processo biologico (la crescita di piante che sono quelle che contengono i nutrienti)”.

E nota altre coincidenze tra l’agroindustria e l’industria mineraria a cielo aperto: distruzione territoriale, devastazione della biodiversità, contaminazione massiccia, estrazione di quantità immense di acqua e contaminazione delle falde vicine, impatto sulla salute umana e animale, distruzione delle economie regionali e inesistente creazione di impieghi per le popolazioni locali. E conclude: “Entrambe le attività sono insostenibili”.

A differenza di quanto succede con le conseguenze degli agrotossici e dei transgenici, vi è unanime consenso sul fatto che l’impoverimento dei suoli sia dovuto al modello agricolo industriale. Anche chi dà impulso e sostegno al modello (come INTA e buona parte dei giornalisti del settore) avvisano della perdita di nutrienti.

La grande differenza di posizioni si evidenzia invece quando si parla sul comportamento da adottare nei confronti dell’industria agro-mineraria. Le imprese propongono di raddoppiare il giro di affari: vendere fertilizzanti per tentare di recuperare almeno in parte i nutrienti (e parte della qualità del suolo). E’ un circolo vizioso in cui il modello impresariale governativo impoverisce i suoli e al tempo stesso, promette di migliorarlo se si comprano i suoi prodotti.

Un parallelo possibile: le industrie del tabacco che offrono cure mediche per il cancro.

Proprio in seno a questa proposta di soluzione del problema, lo stesso INTA avverte: “In Argentina rimane solo il 37% dei nutrienti del suolo”. Il quotidiano La Nazione dà il proprio contributo: “I suoli dedicati all’agricoltura sono meno fertilizzati e si è aggravato il deficit di nutrienti nel suolo”, titola nell’edizione del 4 aprile 2013. Precisando che dei 6 milioni di tonnellate di “fertilizzanti estratti non risparmia il raccolto”, due milioni di tonnellate corrispondono a potassio e gli altri 4 milioni a azoto, fosforo e zolfo. Lamentando, inoltre, che erano stati piazzati (venduti) solo tre milioni di tonnellate di fertilizzante (15% meno del raccolto precedente).

Lo studio di INTA, “Estrazione di nutrienti nell’agricoltura argentina”, di Gustavo Cruzate e Roberto Casas, specifica che la ‘sistemazione’ dei nutrienti varia tra il 34 e il 41% in ogni raccolto. L’organizzazione GRAIN riassume la valanga di critiche rispetto alle proposte delle imprese: “Il grande paradosso è che il ‘ciclo’ dell’agricoltura industriale si completa incorporando fertilizzanti che a loro volta devono essere estratti dal suolo (il fosforo e l’azoto) o fabbricarli dal petrolio (come l’azoto). Nessuno di questi prodotti è rinnovabile e a medio termine si deterioreranno. Ma è ugualmente grave il fatto che l’uso massiccio del suolo completa senza ombra di dubbio la distruzione dei suoli”.

GRAIN esclude che una soluzione possa essere l’applicazione massiccia di fertilizzanti e propone di alimentare i suoli incoroprando materia organica, diversificando le coltivazioni, uscendo dal modello agroindustriale delle monocolture.

L’Organizzazione dell Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il 24 luglio ha lanciato un “piano di azione per frenare il crescente degrado del suolo”. La FAO, molte volte segnalata dalle organizzazioni contadine di incentivare la grande industria agraria e boicottare quella familiare e agroecologica, ha approvato a Roma un cronogramma di azioni per la costituzione di “regole chiare e azioni corrispondenti (da parte dei Governi) per la gestione sostenibile dei suoli”. “L’attuale ritmo crescente di degrado del suolo minaccia la capacità delle generazioni future di coprire le proprie necessità”, ha avvisato la FAO e ha precisato che il 33% dei suoli coltivabili del mondo sono colpiti dalla perdita dei nutrienti, dall’acidificazione, dalla salinizzazione e dalla contaminazione chimica.

L’agenzia specializzata nella pubblicazione di notizie ufficiali Télam ha parlato esplicitamente della crisi del suolo il 26 maggio scorso. Titolava: “Si dà impulso ad un piano minerario per fornire i territori agricoli con minerali per ottimizzare la qualità del suolo”. Il sottotitolo rafforzava il profilo della notizia parlandone come di un fatto positivo: “Il governo nazionale dà impulso al disegno di un programma destinato a ottimizzare la qualità e la produttività delle terre, in particolare per la zona della Pampa Umida”.

L’articolo, poi, specificava che il Ministero dell’Industria Mineraria e dell’Agricoltura hanno iniziato un programma di “fornitura per la campagna, con minerali destinati ad ottimizzare la qualità dei suoli”.

Jorge Mayoral, segretario di Minería de Nación, ha dichiarato a Tèlam: “Il suolo non è una risorsa inesauribile, fin quando è utilizzato dall’agricoltura perde i suoi migliori micro e macro nutrienti che sono i minerali e dunque è necessario tornare a restituire minerali in modo che i rendimenti perdurino o migliorino”. Ha chiarito, poi, che l’iniziativa punta a fare in modo che “il paese produca di più” e ha spiegato che sono necessari macchinari agricoli progettati specificamente per l’arricchimento dei suoli.

L’articolo dell’agenzia ufficiale termina con una citazione del segretario Mayoral in tono trionfante: “Un anello ulteriore nella catena di valore pensata per questo programma è che siamo tutti nazionalisti e popolari. Il campo, il ‘chacarerismo’[3] che non ha dollari per gli agrochimici ma può accedere a questi minerali che approvvigionano i produttori locali e permettono loro di migliorare il rendimento e fare migliori affari”.

Come si vede l’industria minerale agraria è già in marcia. E il governo celebra.








[1]  Nave di grandi dimensioni con una capacità superiore alle 500 tonnellate e progettato per le lunghe distanze. Viene utilizata confini militari o commerciali.
[2] Unità INTA ubicata nell’area centro meridionale della provincia di Santa Fe.
[3] Da Chacarera, ballo popolare argentino in cui i ballerini si afffrontano, retrocedono e girano. La composizione musicale ha carattere picaresco e ritmi rapidi realizzati con chiatarra e bombo, tamburo tipico realizzato da una sezione di tronco d’albero e pelli di capra.