Il suono dell'universo.
venerdì 14 febbraio 2014
Interrogazione su illegittima ricerca idrocarburi
giovedì 13 febbraio 2014
Idrocarburi: la cassaforte d'Italia minacciata dalla oil&gas connection
Secondo il Gruppo di intervento giuridico questa cartina mostra la 'cassaforte' ambientale italiana.![]()
Qui sotto la cartina delle piattaforme operanti o in attesa di ricevere concessione dal Ministero. Ma secondo dati aggiornati al 20 settembre 2013 (http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it) in Italia oggi esistono 719 pozzi produttivi per
il gas e 168 per il petrolio, 693 potenzialmente produttivi ma non eroganti, 22
destinati ad altro utilizzo - ad esempio per il monitoraggio - e 6
potenzialmente utilizzabili per lo stoccaggio.
Ai sensi della
Legge quadro sulle aree protette datata 6 dicembre 1991 n. 394, la
perforazione o qualsiasi altra forma di ricerca riconosciuta come inquinante
dovrebbe essere impraticabile. La Legge vieta, infatti, l’apertura e il
rilascio di cave, miniere e discariche nonché l’asportazione di minerali nelle
zone interessate tra cui, naturalmente, gli idrocarburi a causa dell’alto
potere contaminante.
Al punto 1 dell’Art.1 si afferma: “La presente legge, in attuazione degli
articoli 9 e 32 della Costituzione e nel rispetto degli accordi internazionali,
detta princìpi fondamentali per l'istituzione e la gestione delle aree naturali
protette, al fine di garantire e di promuovere, in forma coordinata, la
conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese”. Nel
corso del 2008 e successivamente nel 2010 su impulso di due diversi governi, si
avviò l’istituzione di una commissione per ogni area marina protetta ricadente
sul territorio nazionale. Queste commissioni dovevano essere composte da
persone indicate dalle associazioni ambientaliste riconosciute dal Ministero e
da osservatori del Ministero. L’iniziativa fu revocata in entrambe i casi: la
prima volta a causa dell’improvvisa caduta del Governo e la seconda volta
perché il Paese entrava nel suo primo anno di crisi e il Ministero subì un
taglio delle risorse economiche pari al 50% del dovuto.
La legge
afferma ancora: “In dette aree possono
essere promosse la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive
compatibili". Cosa c'è di compatibile tra aree protette e idrocarburi?
|
| Piattaforme operanti e in attesa di conferma |
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martedì 11 febbraio 2014
Petrolio in Adriatico: catrame pelagico a Spiaggiabella. Colpa degli air gun?
di Chiara Madaro
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| Depositi di catrame a Spiaggiabella |
Torna
sulle spiagge del Basso Adriatico il fenomeno della presenza di catrame pelagico:
non si verificava dagli anni ’80. In quel periodo le petroliere che portavano
il greggio dai paesi africani al nord Europa attraverso il corridoio marino che
separa l’Italia dall’Est, avevano la cattiva abitudine di lavare le stive al
loro passaggio. In breve molte specie marine scomparvero da quella lingua di
mare riducendo drasticamente il pescato e con esso la capacità economica di intere comunità che basavano la loro
sussistenza sulla pesca e sul mare. Una legge, il controllo costante della
capitaneria di porto e le multe salate, interruppero quel pericoloso malvezzo.
Il
catrame si depositò, comunque, sul fondale. Secondo uno studio del 2005
pubblicato da Unione petrolifera su ‘Traffico petrolifero e sostenibilità
ambientale’, “il Mediterraneo ha una densità di catrame pelagico sui fondali
pari a 38 milligrammi per metro quadro, seguito a distanza dal mar dei Sargassi
con 10 mmg e dal mar del Giappone con 3,8 mmg”.
Queste
ed altre considerazioni tra le quali gli inquinanti sversati in un mare
sostanzialmente chiuso dalle attività esplorative, hanno indotto il Sen. Latorre
ad elaborare un disegno di Legge comunicato alla Presidenza del Consiglio il 23
Novembre 2011 su ‘Divieto di
prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi nelle acque del mare
Adriatico prospiciente la regione Puglia’.
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| Particolare dei depositi di catrame a Spiaggiabella |
Ma oggi le immagini ci mostrano uno sgradito e
abbondante ritorno. Saranno le petroliere che fanno ricerche al largo delle
coste salentine? E se si il fenomeno è dovuto ancora a lavaggio stive o, forse,
alle tecniche esplorative basate sull’utilizzo di air gun?
Nel corso di un’interrogazione al Senato datata
11.11.2011 presentata da Adriana Poli Bortone e già pubblicata su questo blog,
si riporta uno studio dell’Ingegnere ambientale Giuseppe de Leonibus secondo il
quale “(…)gli air gun si basano su fenomeni di riflessione e
rifrazione delle onde elastiche generate da una sorgente artificiale, la cui
velocità di propagazione dipende dal tipo di roccia, ed è variabile tra 1.500 e
7.000 metri al secondo (tra 5.400 e 25.200 chilometri orari) e (…) tale
metodica di ricerca è ufficialmente annoverata tra le forme riconosciute di
inquinamento dalla proposta di direttiva n. 2006/16976 recante gli
indirizzi della strategia comunitaria per la difesa del mare”. Inoltre “il
suono viaggia nell'acqua circa quattro volte più in fretta che nell'aria (la
velocità di propagazione del suono in aria è di 343 metri al secondo, in acqua
di circa 1.483 metri al secondo), per cui le onde hanno la potenzialità di
diffondersi su raggi molto elevati, anche di 100 chilometri e a ridosso
dell'air gun si possono misurare picchi di pressione dell'ordine di 230 dB (a
mero paragone, un'esplosione nucleare in mare ha un valore di 300-310 decibel)”.
Poli Bortone ricorda ancora gli studi del Norwegian institute of marine research
i quali hanno messo in evidenza una diminuzione delle catture di pescato fino
al 50 per cento in un'area distante fino a 2.000 metri dalla sorgente durante
l'utilizzo di air gun”.
Ma
non è tutto: agli effetti degli air gun vanno sommati quelli dovuti alla
presenza, sui fondali del basso Adriatico, di 20.000 bombe chimiche (come
risulta da un'interrogazione parlamentare al Ministro dell'ambiente del 22
settembre 2004 del senatore Franco Danieli). Dati confermati dal Ministro pro tempore il
quale ha confermato, nella sua risposta del 24 novembre 2005, che l'ICRAM,
l'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare,
ha rilevato la mappa dei siti di rilascio bombe nel Basso Adriatico dove si
ritiene siano presenti almeno 20.000 bombe chimiche, delle quali circa 15.000
tutte all'iprite, si pensa siano parte del carico della nave statunitense
"John Harvey", affondata nell'Adriatico nel 1943; il resto delle
bombe sono il frutto della guerra nei Balcani, durante le quali furono
individuate alcune aree marine per lo sganciamento dagli aerei di ordigni
inesplosi. Secondo il senatore Danieli nei nostri fondali ci sono bombe
all'iprite, al fosgene, disfogene, adamsite, acido cianidrico, bombe a grappolo
del tipo blu27, proiettili all'uranio impoverito senza contare che il basso
Adriatico è stato utilizzato fino agli anni '70 per lo smaltimento di
munizionamento militare obsoleto e vi sono stati affondati residuati bellici
provenienti dalla bonifica dei porti pugliesi e da depositi e stabilimenti di
produzione, assemblaggio e sconfezionamento di ordigni. Secondo l’interrogante,
andrebbe anche sottolineato come tali ordigni siano dispersi in un'area
piuttosto ampia, che si estende dai fondali delle aree portuali fino a tratti
di mare a diversa distanza dalla riva, anche per la pratica degli operatori di
riaffondare in ambito portuale i residui bellici accidentalmente salpati.
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| Esempio di ricerca sismica con air gun |
Secondo
l’Art.11 della Legge quadro sulle aree protette datata 6 dicembre 1991 n. 394,
la perforazione o qualsiasi altra forma di ricerca riconosciuta come inquinante
dovrebbe essere impraticabile. La Legge vieta, infatti, l’apertura e il
rilascio di cave, miniere e discariche nonché l’asportazione di minerali nelle
zone interessate tra cui, naturalmente, gli idrocarburi a causa dell’alto
potere contaminante. Nel corso dell’’interrogazione, Poli Bortone rammenta i
risultati scientifici sull’inquinamento marino di uno studio condotto dal
gruppo Gesamp, un consorzio di esperti, creato e gestito in collaborazione con
l'Unesco, la Fao, le Nazioni Unite e l'Organizzazione mondiale della sanità il
quale stima che un tipico pozzo esplorativo scarichi fra le 30 e le 120
tonnellate di sostanze tossiche durante l'arco della sua breve vita,
intenzionalmente o accidentalmente.
Dunque:
in questi giorni le immagini riportate e diffuse da lettori responsabili
mostrano lo spiaggiamento di grosse quantità di catrame che è visibile. Questo
è un fatto da cui discendono una serie di interrogativi: da dove arriva quel
catrame? Come è arrivato? Lavaggio stive o air gun? Considerando che la Legge
394/1991 vieta la ricerca in aree protette e che secondo vari studi i sedimenti
delle piattaforme possono subentrare nella catena alimentare anche per un
raggio di 10 chilometri dal punto di emissione, qualora si verificasse l’uso di
air gun, sarebbe finalmente possibile interrompere pratiche palesemente
illegali oltreché illogiche se pensate nell’ottica del bene economico e
sanitario di una regione intera? Arpa avvierà indagini per scoprire se insieme
al visibile catrame siano entrati nella catena alimentare e non solo anche
iprite, acidi, uranio ecc?
venerdì 7 febbraio 2014
Cavtat: un caso irrisolto
di Chiara Madaro
Il recente Rapporto sull'Italia pubblicato dalla Comunità Europea delinea un paese dove il confine tra lecito e illecito appare sbiadito e, dunque, non riesce ad evolvere. Una realtà che ci costringe ad accettare proposte altrove improponibili. Come la notizia che in questi giorni sta allarmando le comunità calabre di Gioia Tauro che rischiano di essere smobilitate allo scopo di consentire una importante operazione internazionale di disarmo. A pensarci viene in mente un fatto avvenuto 40 anni fa. Tags in comune? Mare, armi, veleni, Mediterraneo sudorientale, affondamenti....
Nel 1974 fece scalpore il caso dell’affondamento della nave mercantile Cavtat avvenuto in circostanze e modalità poco chiare al largo del Golfo di Otranto.
Secondo il manifesto di bordo, la Cavtat viaggiava
con un carico di 2500 tonnellate di cui 270 di piombo tetraetile divise in 900
bidoni e il resto di ‘ferraglia’ e materiale chimico non ben definito. Secondo
alcuni poteva trattarsi di armi anche perché, a differenza di quanto dichiarato
in origine, il cargo salpava dal porto di Manchester, noto per via del traffico
d’armi. Il carico fu recuperato nei quattro anni successivi grazie all’impegno
profuso dall’allora pretore di Otranto, Alberto Maritati. Un impegno proseguito
malgrado le pressioni esercitate nei suoi confronti da entità governative e
internazionali affinché il carico fosse lasciato in fondo al mare. L'ultimo bidone di piombo
tetraetile fu portato in superficie il 12 aprile 1978 a dispetto del parere di
una commissione internazionale composta da 12 scienziati della Nato i quali
affermarono che tra il ‘76 e il ‘77 i bidoni avrebbero iniziato a disperdere il
loro contenuto. Il costo dell'intera operazione ammontò a 15 miliardi di Lire
ma riguardò solo i fusti di piombo tetraetile; il resto del carico, quello che
veramente preoccupava la comunità internazionale e di cui tutt’oggi non si sa
nulla, rimase nel relitto[1]. Se
si trattava veramente di armi, per quanto chimicamente letali, è certo che le
ragioni che prevalsero nella gestione della faccenda non furono di natura
ambientale e le priorità rispetto ai rischi che si volevano evitare portavano a
ritenere che qualsiasi rischio ambientale era sempre meglio di altri rischi.[2]
Sembra essere una costante in molti casi.
Nel 1974 fece scalpore il caso dell’affondamento della nave mercantile Cavtat avvenuto in circostanze e modalità poco chiare al largo del Golfo di Otranto.
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| Un bidone di piombo tetraetile recuperato dalla Cavtat |
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| Immagini dell'operazione di recupero |
Casi in cui l’intreccio tra guerre, armi chimiche, crimine
ambientale e diritti umani è cementato al punto da persistere da decenni senza
che né gli Stati né le organizzazioni sovranazionali riescano ad andare oltre
la dichiarazione di intenti o a superare le evidenti contraddizioni. Avviare un
tribunale internazionale per i reati ambientali implica che non solo le imprese
private ma anche e soprattutto governi e governanti dovranno attenersi a certe
regole. E’, forse, questo che impedisce ogni oltre ragionevole attesa di
rispondere positivamente alle richieste della società civile?
1] All’epoca dei fatti si sospettò che il carico dovesse servire alla guerra turco-cipriota caldeggiata dalla Cia. Proprio a Manchester, infatti, esisteva un enorme deposito d'armi appartenente a Samuel Cummings ex agente dell'organizzazione americana e indiscusso re del traffico d’armi su larga scala. La sua compagnia, la Interarms, registrava un fatturato annuo che ammontava mediamente a 100milioni di dollari provenienti da accordi stretti con dittatori, despoti, rivoluzionari e controrivoluzionari che alimentavano tra le altre, le guerriglie centro americane, senza fare distinzione di bandiera. L’affondamento della Cavtat avvenne alle 4.12 del 14 luglio 1974 quando entrò in collisione con la 'Lady Rita', battente bandiera panamense, e comandata dal napoletano Carmine Laudato. Colpiscono alcuni particolari: l’imbarcazione non affondò dal punto in cui venne colpita e poi l’affondamento durò 6 ore durante le quali non fu mai lanciato l’SOS. Non fu mai possibile stabilire ufficialmente un legame tra l’affondamento della Cavtat e la guerra di Cipro ma i fatti avvennero giusto pochi giorni prima dell’invasione turca (20 luglio 1974) mentre le operazioni di recupero terminarono a guerra finita.
[2] Durante la guerra fredda, la Nato avviò strutture e operazioni paramilitari di tipo segreto con l’intenzione di arginare possibili attacchi da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. L’Italia faceva parte della ‘stay-behind net’, la rete al di là di ogni istituzione visibile, con Gladio in cui confluirono forze anti comuniste nate durante il secondo conflitto mondiale. La rete era in parte finanziata dalla Cia e ne facevano parte praticamente tutti i paesi europei, comprese le neutrali Svizzera e Svezia. Questa rete agiva al di fuori delle tradizionali organizzazioni militari della Nato anche attraverso i Cag, centri di addestramento guastatori, che avevano il compito di intervenire durante gli scioperi o le manifestazioni. E’, dunque, possibile che in ambito Nato siano state intraprese iniziative parallele e contrastanti rispetto a quelle ufficiali. Anche Cipro faceva parte della rete con il LOK che organizzò un colpo di stato ai danni del Presidente, l’Arcivescovo Makarios, il 15 luglio 1974 accusato da Kissinger di essere il ‘Castro del Mediterraneo’. In occasione del processo a Gladio del 1990 l’Avvocato Generale dello Stato dichiarò legittima la struttura e in linea con il Trattato Nato, un patto difensivo atto a creare un collegamento diretto tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Si tratta, perciò, di strutture legittimate ad operare ancora oggi.
1] All’epoca dei fatti si sospettò che il carico dovesse servire alla guerra turco-cipriota caldeggiata dalla Cia. Proprio a Manchester, infatti, esisteva un enorme deposito d'armi appartenente a Samuel Cummings ex agente dell'organizzazione americana e indiscusso re del traffico d’armi su larga scala. La sua compagnia, la Interarms, registrava un fatturato annuo che ammontava mediamente a 100milioni di dollari provenienti da accordi stretti con dittatori, despoti, rivoluzionari e controrivoluzionari che alimentavano tra le altre, le guerriglie centro americane, senza fare distinzione di bandiera. L’affondamento della Cavtat avvenne alle 4.12 del 14 luglio 1974 quando entrò in collisione con la 'Lady Rita', battente bandiera panamense, e comandata dal napoletano Carmine Laudato. Colpiscono alcuni particolari: l’imbarcazione non affondò dal punto in cui venne colpita e poi l’affondamento durò 6 ore durante le quali non fu mai lanciato l’SOS. Non fu mai possibile stabilire ufficialmente un legame tra l’affondamento della Cavtat e la guerra di Cipro ma i fatti avvennero giusto pochi giorni prima dell’invasione turca (20 luglio 1974) mentre le operazioni di recupero terminarono a guerra finita.
[2] Durante la guerra fredda, la Nato avviò strutture e operazioni paramilitari di tipo segreto con l’intenzione di arginare possibili attacchi da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. L’Italia faceva parte della ‘stay-behind net’, la rete al di là di ogni istituzione visibile, con Gladio in cui confluirono forze anti comuniste nate durante il secondo conflitto mondiale. La rete era in parte finanziata dalla Cia e ne facevano parte praticamente tutti i paesi europei, comprese le neutrali Svizzera e Svezia. Questa rete agiva al di fuori delle tradizionali organizzazioni militari della Nato anche attraverso i Cag, centri di addestramento guastatori, che avevano il compito di intervenire durante gli scioperi o le manifestazioni. E’, dunque, possibile che in ambito Nato siano state intraprese iniziative parallele e contrastanti rispetto a quelle ufficiali. Anche Cipro faceva parte della rete con il LOK che organizzò un colpo di stato ai danni del Presidente, l’Arcivescovo Makarios, il 15 luglio 1974 accusato da Kissinger di essere il ‘Castro del Mediterraneo’. In occasione del processo a Gladio del 1990 l’Avvocato Generale dello Stato dichiarò legittima la struttura e in linea con il Trattato Nato, un patto difensivo atto a creare un collegamento diretto tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Si tratta, perciò, di strutture legittimate ad operare ancora oggi.
Disarmo Siria: smaltimento armi chimiche siriane. A Gioia Tauro il SARIN
di Chiara Madaro
![]() |
| http://www.si24.it/2014/02/02/ |
Secondo il linguista e intellettuale Noam Chomsky, ”l’indifferenza e l’occultamento della catastrofe ambientale” al pari della manipolazione dell’opinione pubblica operata allo scopo di costruire un “consenso senza consenso” e piegare le masse “stupide” alla volontà di pochi “illuminati”, la deroga al principio di universalità che vorrebbe regole uguali per tutti nel diritto internazionale, sono elementi caratterizzanti un potere globale che intende sostituire la plutocrazia alla democrazia privando di ogni diritto chi occupa le fondamenta della piramide sociale. Chomsky interpreta, dunque, la questione della diffusa insostenibilità ambientale in un quadro più ampio dove la cornice è costituita dall’assenza di democrazia e dalla privazione delle masse dei più fondamentali diritti.
Interrogato
sul nostro paese Chomsky va oltre e afferma: "la democrazia in Italia è
scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati
seduti a Bruxelles, non dagli elettori”, un problema che, secondo
l’intellettuale, è comune alle democrazie europee, oggi al collasso totale,
indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere,
perché sono decise da burocrati e dirigenti non eletti che stanno seduti a
Bruxelles. La conseguenza è la dittatura. Sarebbe questo il motivo che
impedisce alla società civile di essere ascoltata ed esaudita nelle sue più
legittime richieste.
Un esempio di cosa accade? L’ultimo della serie è l’incredibile autorizzazione accordata dal Governo
alla più grande operazione di disarmo degli ultimi dieci anni: si tratta dello
smaltimento di 1300 tonnellate di sostanze chimiche letali di provenienza
siriana. Tra queste il devastante gas nervino Sarin,
classificato dalle Nazioni Unite come arma di distruzione di massa e posta al
bando con la convenzione sulle armi chimiche
del 1993.
La dannosità del Sarin è dovuta al fatto che anche il contatto con la
pelle può essere letale e produrre spasmi muscolari di tale violenza che, tra
l’altro, portano alla morte per soffocamento in pochi e infiniti minuti.
800tonnellate, considerate meno dannose saranno trattate da società private di
cui non si conosce l’identità. Un’operazione che nemmeno l’Albania ha voluto accettare. Secondo fonti del
Pentagono, le operazioni di trasbordo avverranno sulla nave Cape Ray, mai
utilizzata per operazioni di questo tipo e sprovvista di doppio scafo,
sprovvista, dunque, delle basilari norme di sicurezza atte a scongiurare la
fuoriuscita di contaminanti chimici. A bordo della nave il carico verrà
sottoposto ad idrolisi, i gas contaminanti verranno, cioè miscelati con acqua
calda ed altre sostanze chimiche in modo da scinderne i legami e renderli
inoffensivi. Quest’ultima operazione avverrà in acque internazionali non ancora
precisate, il resto nel Porto di Gioia Tauro, il più grande in Europa ma anche
ricadente in una terra dove la ‘Ndrangheta, la più spietata tra le mafie
italiane, detta legge da decenni nel campo dello smaltimento dei rifiuti
radioattivi e chimici un campo dove, secondo alcuni pentiti attendibili, si
riscontra una consolidata collaborazione con le istituzioni stesse. Le garanzie
sulla sicurezza dell’operazione, dunque, non convincono nessuno.
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| Effetti biologici del Sarin |
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| Porti nel Mediterraneo |
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| Maersk Line, società danese partecipata nella gestione del Porto di Gioia Tauro |
Quando potremo ottenere che la
strategia del governo punti ai cittadini, non alle lobby? Quando potremo
ottenere che l’Italia torni ad avere la schiena dritta e ad appartenere agli
italiani?[2]
[1] Antonella Caroli, - Segretario
Generale Autorità Portuale di Trieste
‘Il ruolo dei porti nel bacino del Mediterraneo’
[2]
Il
porto fa parte dell'operazione ContainerSecurity Initiative (CSI) degli Stati Uniti per il controllo dei
porti da parte di personale specializzato statunitense per i traffici in
direzione americana. Inoltre il gestore del terminal contenitori del Porto di
Gioia Tauro è la società Medcenter Container Terminal S.p.A., partecipata
pariteticamente da Contship Italia, Terminal Investments Limited, Apm Terminals,
Maersk Line di appartenenza nordeuropea (Danimarca e Germania).
lunedì 9 dicembre 2013
Atucà alla Città del Libro di Campi
Ecco gli appuntamenti salentini di Atucà:
Ecco gli appuntamenti salentini di Atucà:
Istituto Comprensivo "Magistrato Giovanni Falcone" Via R.Isabella, snc zona Gelsi COPERTINO (Lecce)
Venerdì 13 ore 22.00 ANNULLATOThe Loft, via Lecce 1 TRICASE(Lecce)
Sabato 14 ore 9.00 inizio ANNULLATO
Città del Libro Centro Fieristico - Zona industriale Campi Salentina (Lecce)
Tra le
partecipazioni di maggior rilievo si evidenziano:
-
Eco ’92 – Conferenza
delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro
-
Festival di
cultura indigena
organizzato dallo stesso Atucà Guaranì e promosso dal Ministero di Cultura
argentino nel 1998
-
Master
biennale Internazionale in istituzioni e Culture Costituzionali Comparate
dell’Università degli Studi di Lecce: 3 incontri di 4 ore ciascuno sul tema:
‘Diritti indigeni in Sud America’ 2007/08
-
Festival
contro il razzismo,
Bonn – 2007
-
Fiera SANA di Bologna
2011, 23° Salone internazionale del naturale
-
Club
Unesco di Lucera, novembre 2011. Tema: i
diritti delle comunità indigene che dipendono dalla foresta e degli ambienti
forestali in pericolo a causa degli interessi di affaristi senza scrupoli.
-
Convegno
‘Ambiente e gruppi locali’, 15 febbraio 2012, presso l’Associazione Italo-Americana di Trieste, patrocinio della Provincia
di Trieste, collaborazione dell’Associazione Italo-Americana FVG, dell’American
Corner di Trieste e del Centrum Latinitatis Europae, Aquileia ( Udine ).
Gli
argomenti che tratta durante le sue conferenze riguardano la questione della
protezione del territorio indigeno, della problematica culturale vissuta in
molti paesi sud-americani e delle cause della distruzione della foresta
amazzonica con conseguente rottura dell’equilibrio ecologico del suo Habitat
naturale e della cultura tradizionale indigena oltre che dell’estinzione di
numerose etnie. Una storia che gli astanti possono visualizzare anche
attraverso i suoi disegni in carboncino e acquarello che fermano alcuni momenti
di vita e lotta indigena.
La sua è,
dunque, una conferenza completa di storia, tradizioni e, la dove possibile,
esegue una breve dimostrazione di alcuni rituali ritmici effettuati con
strumenti realizzati con tronchi d’albero e cuoio di capra, con la boleadera, arma tradizionale dei nativi
sud americani di Argentina, Brasile,
Uruguay e Paraguay che si effettuavano già precedentemente all’arrivo delle
autorità cattoliche venute dalla Spagna all’epoca della missione Gesuita.
venerdì 6 dicembre 2013
Idrocarburi in Puglia: istanze di prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio
![]() |
| petrolioegas.it |
In Italia oggi esistono 1.010 pozzi produttivi di cui 615 in terraferma in 88 concessioni e 395 a mare in 45 concessioni. -
E' l'idea di sviluppo che hanno in serbo per noi, una delle poche regioni italiane ad essere rimasta fuori dalla follia petrolifera. Una scelta che ha prodotto importanti risultati a livello occupazionale nell'indotto turistico e della produzione agricola di pregio che in pochi anni ha superato di gran lunga i dati Emiliani. Mettendo a confronto Puglia ed Emilia Romagna, in quest'ultima si nota un rapporto inversamente proporzionale tra la crescita della raccolta di idrocarburi e il turismo. Gli idrocarburi stanno di fatto riducendo la varietà della capacità produttiva delle tante regioni che hanno dato il via libera ad un'economia basata su olio nero e gas. Quali sono le valutazioni che vengono fatte quando si parla di costi e benefici? Quale valore viene dato a quelle che con distacco vengono definite 'esternalità'? insorgenza di malattie gravi, terreni non più coltivabili, deviazione delle masse turistiche, contaminazione di falde, aria e terra hanno un costo altissimo per tutti noi.
![]() |
| http://www.greenreport.it |
Quali le conseguenze? 14 associazioni ambientaliste hanno sottoscritto e inviato ai Ministeri competenti una relazione sulla 'Ricerca di idrocarburi in Mediterraneo e impatto sull'ecosistema marino e sulla vita dei Cetacei' - fanghi e fluidi perforanti utilizzati (miscele a base di oli minerali, gasolio, idrocarburi, acqua e materiali sintetici, i quali risultano saturi di BTEX - benzene, toluene, ethyl-benzene, xylene, metalli pesanti - mercurio, arsenico, vanadio, piombo, zinco, alluminio, cromo, bario, berillio, cadmio, rame, nichel, argento e ferro, oltre a piccole quantità di materiale radioattivo, come gli isotopi 226 e 228 del radon [4-6]) e per le perdite inevitabili di idrocarburi durante l'estrazione. Nel caso in cui si verificassero eventuali incidenti e scoppi (molto frequenti anche in Italia) la situazione sarebbe disastrosa. Pertanto la contaminazione ambientale causerà magnificazione e bioaccumulo lungo tutta la catena trofica al cui apice si trovano i cetacei, sentinelle della salute dell'ecosistema marino -
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