Il suono dell'universo.

mercoledì 5 settembre 2012

Vendola sulle prospezioni in Puglia: "Non si può toccare il fondo"

Il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola

Post: Non si può toccare il fondo…

Autore: redazione http://www.nichivendola.it/
 
Pubblichiamo la lettera che Nichi Vendola ha inviato ai Segretari di Partito Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Antonio Di Pietro e Gianfranco Fini, riguardo alle possibili prospezioni nel mare di Puglia.

“Gentili Onorevoli,
mi rivolgo a voi a nome di tutti i pugliesi, per esprimervi un desiderio che è comune a tutte le forze politiche e a tutti i cittadini della mia regione: noi non vogliamo che il nostro mare venga oltraggiato dalla presenza opaca e inquinante di interessi legati alle lobbies del petrolio, noi non vogliamo né oggi le prospezioni geofisiche sui fondali adriatici né domani le trivelle con il loro impatto devastante. Le Isole Tremiti sono una gemma del nostro Mediterraneo, il mare è la nostra principale ricchezza, la biodiversità è il nostro petrolio intelligente e pulito, il turismo e la pesca sono tra le nostre più importanti vocazioni. Chiedo a voi, per la responsabilità che vi compete, di assecondare una iniziativa parlamentare che inibisca e fermi la catena delle autorizzazioni alla ricerca di un greggio che noi non desideriamo e che consideriamo una minaccia. Siamo la regione che contribuisce in maniera più cospicua al sostentamento energetico dell’intero sistema Paese, siamo diventati i primi produttori nazionali di energia da fonte rinnovabili: e quindi la Puglia non è la regione dei “no” ideologici e preconcetti. Ma il petrolio proprio no, è una tentazione volgare di chi pensa che la natura sia solo una immensa discarica o una miniera da cui estrarre ricchezza con svagata irresponsabilità. Occorre che questo nostro desiderio, in cui si riconosce l’intera società pugliese, e che è scientificamente ed economicamente fondato e argomentato, possa varcare la soglia della massima assemblea legislativa. Noi non siamo affetti dalla sindrome del “non nel mio giardino”: vorremmo semplicemente trasferire alle future generazioni l’azzurro e il verde del nostro mare, la straordinaria ricchezza dei nostri eco-sistemi, l’incanto di un’isola che oggi è un’oasi di pace e ci chiede solo rispetto e amore”.
Nichi Vendola

Foto: http://www.flaipuglia.it

martedì 4 settembre 2012

Brasile: carente come modello di sostenibilità per una leadership globale


Da Correio do Brasil
Secondo la Prof.ssa Flàvia Barros, dell’Istituto per le Relazioni Internazionali dell’Università di Brasilia il Brasile ha cmpiuto dei passi avanti in occasione di Rio+20 a giugno 2012  con il suo patrimonio di questioni sociali e ambientali. Ma non ha ancora lo status sufficiente per assumere un ruolo di primo piano nella governance dello sviluppo sostenibile.

Secondo la ricercatrice, l’approvazione del nuovo Codice Forestale mostra l’incapacità del Brasile rispetto alla gestione di tali questioni.

Secondo Ana Flavia, il mondo ha bisogno di un nuovo accordo per il consenso globale perchè attualmente i negoziati non avvengono solo nella sfera pubblica. “C’è un dislocamento delle negoziazioni che va dal pubblico al privato. E’ impotante che lo Stato negozi con entità non pubbliche e sappia convivere con attori diversi” afferma la professoressa che questa settimana ha partecipato al Congresso Brasiliano su diritto ambientale a San Paolo.  

La ricercatrice difende una governance globale ‘senza multilateralismo effettivo’ e con ‘un forte policentrismo legale’. Spiega:”Multilateralismo significa che il riflesso delle crisi fa si che le potenze occidentali tradizionali smettano di essre forti nelle questioni economiche in quanto lasciano spazio libero alle emergenti potenze mentre dovrebbero esigere una riforma del multilateralismo” citando con ciò la critica diffusa sulla mancanza di efficacia del sistema delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda il ‘policentrismo legale’ la ricercatrice ci mette in guardia a proposito dell’insorgere di ‘nuovi produttori di norme’, soparttutto in ambito regionale, come accade per il Mercosul o l’Unasur, Unione delle nazioni sudamericane e alcune alleanze europee e che non stanno assumendo un ruolo di leadership necessario per una governance efficace.   

La Cina invece suscita paura e sentimenti negativi. La dottrina cinese chiede pacificamente di assumere un ruolo crescente perchè è già una potenza mondiale. L’India non riesce ad assumere una funzione di leader perchè non possiede un capitale istituzionale adeguato.. Anche il Brasile non può perchè non è un modello per lo sviluppo sostenibile. Nonostante i punti di forza, il Brasile non ha ancora lo status di leader sebbene abbia presiedeuto ad una riunione così importante come quella di Rio +20.

Rio +20 è finito con punti di vista pessimistici e ottimistici ma con una certezza: l’agenda socio ambientale non ha leader definiti nei prossimi anni. Secondo Ana Flàvia i problemi derivanti dalla mancanza di governance  derivano dal fatto che le istituzioni non stiano funzionando bene soprattutto a livello delle Nazioni Unite. Inoltre vi è una riorganizzazione del potere con la guida di alcuni Stati nel ruolo di ‘assi’ come Brasile e Argentina in America meridionale e Francia e Germania in Europa. Ancora dieci anni a l’accordo sarà fatto.

La grande sfida è costituita dalla leadership nell’ingegneria legislativa, nella fiducia e nella costruzione di consenso. Ma al momento non c’è fiducia e questo spiega i risultati limitati di Rio +20. La proliferazione di trattati, alcuni in quanto strumenti giuridici, non saranno applicati se il contesto non consentirà l’impegno di attori statali e non statali – conclude la ricercatrice.

Traduzione : Chiara Madaro
 

 

lunedì 3 settembre 2012

Esplorazioni petrolifere alle Tremiti

di Chiara Madaro

Il 6 settembre ci sarà una manifestazione nella sala consiliare del Comune di Termoli in seguito ai permessi di esplorazione sismica concessi dal ministro Clini nell'area marina protetta delle Tremiti, Puglia. I permessi arrivano come un fulmine a ciel sereno ad un anno dalla fine delle contestazioni da parte della società civile e delle amministrazioni locali e regionali delle regioni tirreniche limitrofe.
La manifestazione inizierà alle ore 11.00 e alla presenza dei sindaci delle isole Tremiti, Antonio Fentini e di Termoli, Michele Basso Antoni di Brino.
Qui di seguito riporto la traduzione di quanto è possibile leggere sul sito di Petroceltic

http://www.petroceltic.com/ la compagnia interessata al petrolio italiano.



Interessi di Petroceltic in Italia
L’Italia è il terzo paese produttore di petrolio e gas nell’Europa occidentale. Esistono prove che attestano l’esistenza di riserve superiori a 622 mila barili di petrolio greggio e 8 TFC di gas (226 miliardi di metri cubi). Negli ultimi anni c’è stato un crescente interesse rispetto alle risorse energetiche esistenti in Italia e un gran numero di compagnie sono state attratte verso quest’area del Mediterraneo.  

Essendo  grandi importatori di idrocarburi, c’è l’interesse a creare un vasto mercato per la produzione di gas sul territorio nazionale. Inoltre l’Italia è vista da molti come un probabile polo per l’importazione di gas in Europa. Lo sviluppo di una serie di tubazioni che collega l’Italia ai produttori di gas più importanti come la Libia e l’Algeria e lo sviluppo di nuovi terminali GNL potrà dare sicurezza sulla capacità dell’Italia di svolgere questo ruolo.

Petroceltic ha una  forte presenza in Italia dal 2005. Attualmente possiede 4 permessi nella valle ovest del Po (3 dei quali operativi) e 4 permessi nell’area centrale dell’Adriatico (3 dei quali operativi dei quali uno in funzione e gli altri non funzionanti per cause di forza maggiore). Il Portfolio contiene anche 6 applicazioni offshore (5 nell’Adriatico centrale e 1 nel Canale di Sicilia).

Recenti commenti da parte del Ministro dell’Industria Corrado Passera indicano che il governo tecnico sta sviluppando una Strategia Energetica Nazionale che aspira a raddoppiare la produzione domestica di idrocarburi in tempi brevi. Per questo il governo italiano riconosce di dover allineare il sistema normativo agli standard europei e che i tempi per ottenere le autorizzazioni devono essere ridotti. E’ chiaro che la visione del nuovo governo italiano nel settore dell’upstream rappresenta una chiave potenziale per l’occupazione, la crescita e lo sviluppo. Petroceltic accoglie con favore questo cambiamento di approccio alla questione e crede che ciò darà impulso allo sviluppo e alla crescita del nostro portfolio italiano.

Decreto Legislativo 128/10 e Decreto 83/2012

Incidente nella piattaforma petrolifera di Macondo, Messico
In reazione all’incidente di Macondo nel Golfo del Messico, è stato emanato il Decreto Legislativo 128/10 allo scopo di modificare il Codice Ambientale Italiano entrato in vigore il 26 agosto 2010. Il decreto vietava qualsiasi forma di offshore E&P (Exploration and Production) collegate al petrolio entro 5 miglia nautiche dalla linea costiera e tutte le attività di offshore E&P entro 12 miglia nautiche per le aree marine o costiere protette.  Il Decreto non ha alcun impatto sulle licenze onshore della Petroceltic ma invece impatta su una parte del portfolio offshore della Compagnia. Il Decreto 128/2010 è attualmente in procinto di essere modificato dal Decreto Legislativo 83/2012 (il Decreto Sviluppo) che è stato pubblicato il 26 giugno 2012 sulla Gazzetta Ufficiale. Anche se il DL 83/2012 entra in vigore con immediata applicazione, richiede una ratifica formale da parte del Parlamento italiano entro 60 giorni ed entro questo periodo può essere modificato.


Scavi attuali in Adriatico
Sotto il DL 83/2012 la restrizione applicabile all’esplorazione offshore e alle attività produttive sotto il DLGS 128/2010 verrà ora applicata alle attività fino alle 12 miglia al largo della linea costiera italiana. Il Decreto impone anche un incremento del 3% delle royalty pagabili dai produttori di petrolio e gas offshore. I proventi di queste royalty addizionali renderanno possibile per il Ministero dell’Ambiente e per il Ministero dello sviluppo economico a sostenere il monitoraggio e l’applicazione della protezione dell’ambiente marino e la supervisione per la sicurezza ambientale e delle attività produttive costiere in Italia.

Inoltre il Decreto chiarisce l’applicazione di alcune restrizioni imposte dal DLGS 128/2010. In particolare si afferma che i provvedimenti non verranno più applicati a:

-       Richieste per le concessioni produttive che erano in corso di revisione nel momento in cui  il Decreto Legislativo 128/2010 è andato in vigore compresi i procedimenti connessi o successivi

-       Eventuali titoli, comprese le licenze che erano già state rilasciate prima che il DGLS 128/2010 entrasse in vigore

-       Qualsiasi procedimento connesso a tali titoli anche successivamente comprese le possibili estensioni degli stessi

-       Petroceltic Italia S.R.L. detiene un certo numero di interessi già esistenti precedentemente al DGLS 128/2010.

Questi interessi includono la licenza BR268 che riguarda la regione dell’Elsa in Abruzzo. Petroceltic lamenta i ritardi imposti dal DL 128/2010 e al fine di proteggere il valore economico del permesso, ha presentato un reclamo contro il rifiuto del Ministero dell’Ambiente rispetto all’applicazione della valutazione ambientale basata sul DL 128/2010. Il Ministro dello sviluppo economico ha garantito a Petroceltic un’ulteriore sospensione fino al momento in cui le rivendicazioni non saranno risolte. E’ chiaro che una volta approvato il DL 83/2012 potrà impattare sullo stato del progetto Elsa.

Nell’Adriatico centrale al largo di Abruzzo e Umbria, Petroceltic ha invece già ottenuto i permessi necessari con il BR270.EL e il BR271.EL. Altri permessi in Adriatico sono :d494B.R-EL, d495B.R-EL, d496B.R-EL, d499B.R-EL, d500B.R-EL, d505B.R-EL, d507B.R-EL.

Situazione tormentata nel canale di Sicilia dove Petroceltic ha quattro permessi. Ma Il Ministero ha respinto la domanda d346C.R-EL e per questo la Compagnia ha depositato un ricorso contro il ministero in ottobre 2011. Anche ENI, partner operativo di Petroceltic, ha ricevuto una lettera di rifiuto da parte del Ministero ed è in procinto di presentare ricorso.

Infine Petroceltic ha anche ha un permesso esclusivo nel Golfo di Taranto al largo della Calabria e situata lungo la Val d’Agri.

Questa zona è stata la più colpita dal Decreto in quanto il permesso di applicazione d151D.R-EL si trova interamente all’interno di aree protette e per questo il Ministero ha respinto i permessi. Ma a partire da ottobre 2011 la società ha depositato un ricorso contro la decisione di rigetto.
traduzione: Chiara Madaro

mercoledì 29 agosto 2012

L’Italia converte il debito con l'Ecuador a favore dello Yasuni

           
Parco dello Yasuni in Ecuador
QUITO\aise\ - 25/06/2012 -  È stato firmato venerdì scorso dall’Ambasciatore d’Italia a Quito, Gianni Piccato, e dal Ministro degli Esteri dell’Ecuador, Ricardo Patino, l'Accordo di Conversione del Debito a favore dell'ambiente e per l'iniziativa "Yasuni-ITT".
La cerimonia si è tenuta nei saloni della Cancelleria ecuadoriana alla presenza, in qualità di testimoni di onore, del Ministro Coordinatore del Patrimonio, Maria Fernanda Espinosa, del Vice Ministro dell'Ambiente, Mercy Bordor, del Vice Ministro per gli Affari Esteri, Marco Albuja, del Coordinatore Generale dell'Iniziativa Yasuni-ITT Juan Carlos Castrillon, e di alcuni alti dirigenti dei Ministeri coinvolti nel progetto (Esteri, Ambiente, Patrimonio e Finanze).
Con l’apporto previsto, pari a 35 milioni di euro che l’Ecuador verserà nelle casse del Trust Fund istituito presso l’UNDP per amministrare l’iniziativa, l’Italia si è così convertita nel principale sostenitore del fidecommisso per il progetto ambientale “Yasuni-ITT”.
Con il Progetto, concepito per evitare lo sfruttamento petrolifero nell’omonimo parco nazionale ecuadoriano dichiarato Riserva della Biosfera dall’Unesco nel 1989, l’Ecuador si impegna a mantenere a tempo indefinito nel sottosuolo le riserve di petrolio del Parco Nazionale Yasuni, uno dei luoghi con maggior ricchezza di biodiversità del pianeta, in cambio di un contributo internazionale equivalente alla metà del valore economico dei giacimenti, stimati complessivamente in oltre 7 miliardi di dollari.
In un breve intervento a conclusione della cerimonia, il Ministro Patino, nell'esprimere sentimenti di "riconoscenza, gratitudine, fiducia ed amicizia" del Governo ecuadoriano verso l'Italia, ha ribadito che le risorse derivanti dall'Accordo verranno utilizzate per la realizzazione di progetti di fondamentale importanza per lo sviluppo sostenibile del popolo ecuadoriano, in particolare in settori legati alla preservazione e tutela ambientale.


Abitanti del parco Yasuni
http://it.peacereporter.net/articolo/9029/Petrolio,+l'offensiva+di+Correa
"La iniziativa Yasuni-ITT - ha proseguito Patino – non solo beneficerà le popolazioni locali ed amazzoniche, ma l'umanità nel suo complesso, costituendo un sostegno ed uno strumento importante alla decisione del Governo ecuadoriano di non sfruttare le risorse petrolifere esistenti nella riserva naturale oggetto dell'iniziativa".
Il Ministro ha infine concluso auspicando che altri Paesi del mondo decidano di seguire l'esempio fornito dall'Italia, "in modo da rendere effettivo l'avvio e la realizzazione di un'iniziativa tanto innovatrice".
Nella sua risposta, l’Ambasciatore Piccato non ha mancato di valorizzare l'impegno del nostro Paese verso il popolo ecuadoriano, a conferma del ruolo cruciale e prioritario che l'Ecuador, anche alla luce delle Linee Direttrici per la Cooperazione 2011-2013, mantiene nel settore della cooperazione allo sviluppo.
In particolare, ha proseguito il diplomatico, il sostegno all'Iniziativa "Yasuni-ITT" risulta caratterizzarsi per un obiettivo comune: la riduzione della povertà ed il sostegno ad un percorso verso uno sviluppo ambientale socialmente sostenibile in una Regione, quale è l'America Latina, tradizionalmente considerata vicina all'Italia a causa di forti e consolidate relazioni storiche, etniche e culturali. Nel concludere, Piccato ha voluto sottolineare la speranza, anche da parte italiana, a che l'Accordo - frutto di un articolato negoziato e della disponibilità e sintonia tra le Parti - possa essere di esempio per una comunità internazionale sempre più consapevole dell'importanza dei temi ambientali al fine di garantire uno sviluppo sostenibile ed equo. (aise)

lunedì 27 agosto 2012

Etnocidio: un gruppo europeo rade al suolo una foresta abitata da indios non contattati in Paraguay.


di Pratap Chatterjee, CorpWatch Blog
27 Agosto 2012

Il Grupo San Jose, una società di costruzione spagnola, è stato accusato di aver raso al suolo la foresta in cui vivono gli Ayoreo, una delle tribù non ancora contattate ultima in Amazzonia. La comunità indigena vive nelle foreste del Chaco, una zona semi-arida in Paraguay settentrionale non lontano dal confine con il Brasile e la Bolivia.

Alla fine di luglio, funzionari forestali paraguaiani hanno catturato operai della Carlos Casado SA perché stavano radendo al suolo il manto forestale, costruendo edifici e serbatoi e montando recinzioni di fil di ferro" sulle terre che notoriamente abitano i Totobiegosode, un  sottogruppo degli Ayoreo. La scoperta è stata confermata da una lettera che il Ministero dell'ambiente ha inviato a
Organizacion Payipie Ichadie Totobiegosode ((OPIT)) all’impresa paraguaiana

Carlos Casado SA, una filiale di rancher del Grupo San Jose. Il Presidente della Carlos Casado e del Grupo San Jose è Jacinto Rey González, che è anche l'azionista di controllo di Grupo San Jose.

"È scioccante scoprire che una delle più grandi aziende della Spagna è coinvolta in comportamenti così scandalosi. Forse hanno pensato che siccome questi fatti stiano accadendo in un angolo sperduto del Sud America, nessuno li avrebbe notati," dice Stephen Corry, direttore di Survival International, un'ONG con sede nel Regno Unito, in un comunicato stampa. «Ma se continuano,
saranno direttamente responsabili per la distruzione delle terre ancestrali degli Ayoreo – in flagrante violazione delle leggi del Paraguay e di quelle internazionali».

Gli Ayoreo sono una comunità nomade che caccia maiali selvatici e grandi testuggini. Vivono in piccole comunità di tre o quattro famiglie e ignorano il mondo esterno. Il primo contatto con loro è stato stabilito dagli agricoltori mennonita negli anni tra il 1940 e il 1950, seguiti dalla missione Nuova Tribù - un gruppo di evangelici della Florida che tentano di diffondere la Bibbia attraverso la  traduzione in altre lingue – e che pagarono dei cacciatori di uomini allo scopo di rintracciare gli Ayoreo nel 1979 e il 1986.




Quasi 70 anni più tardi, alcuni membri della tribù sono riusciti a eludere tutti i contatti con il mondo esterno e gli ambientalisti sostengono che l'isolamento deve essere mantenuto. Uno dei motivi principali è che queste tribù mancano di immunità alle malattie e dunque potrebbero morire per il contagio di morbi comuni altrove.

Donna Ayoreo scacciata dalle terre ancestrali

Questo isolamento è stato minacciato negli ultimi anni da quando tre aziende brasiliane hanno iniziato ad occupare terre ed avviare allevamenti: BBC SA, SA di River Plate e Yaguarete Porá SA. Survival è stato in grado di individuare due società che operano il disboscamento illegale della foresta, utilizzando immagini satellitari.

Guyra, un gruppo ambientalista ad Asunción, stima che circa 1,30 milioni ettari di foresta del Chaco siano state cancellate negli ultimi due anni, per far posto ad allevamenti di bestiame. Su http://www.Guyra.org.py/index.php/Reportes-de-Cambios-de-uso-de-la-Tierra-del-Gran-Chaco-l’americano Lucas Bessaire, un antropologo statunitense ha raccontato al New York Times che il tasso di deforestazione è stato così rapido che anche durante il giorno, il cielo si trasforma "grigio twilight" per via degli incendi boschivi. "Ci si sveglia con il gusto di ceneri e uno strato sottile bianco sulla lingua," ha detto.

Oggi gli agricoltori mennoniti e gli allevatori brasiliani hanno convertito vaste aree della regione del Chaco. Gli Ayoreo sfollati vivono in povertà alla periferia delle città  e dormono sotto tende ricavate da sacchetti di plastica all’ombra degli alberi.

"Stiamo assistendo ad un etnocidio in azione," dicono Gladys Casaccia e Jorge Vera di Gente, Ambiente e Territorio (GAT), un'ONG paraguaiana che sostiene le iniziative ambientali in favore delle popolazioni indigene del Chaco. 'Questo crimine è una tragedia umana, motivo di imbarazzo per il Paraguay agli occhi del mondo – e si fermerà solo se i responsabili saranno catturati e puniti.

"Il Paraguay già ha il triste primato di essere un campione della deforestazione," dice José Luis Casaccia, ex ministro dell’ambiente, al New York Times. "Se continuiamo con questa follia, quasi tutte le foreste del Chaco potrebbero essere distrutte entro 30 anni."


Traduzione: Chiara Madaro
Foto: http://avvenimentimilitariestorici.over-blog.it/article-33518700.html
http://www.survivalinternational.org/news/7547
 

sabato 18 agosto 2012

Storico incontro tra contadini e indigeni in Brasile.


di Chiara Madaro

La questione agraria rimane ancora oggi una delle questioni più spinose in Brasile. Per la terra si muore, si viene uccisi e perseguitati, si combatte. Non può essere diversamente. Il paese ‘verdeoro’, infatti, vanta una delle Costituzioni più moderne e progressiste al mondo ma manca ancora di una riforma agraria a causa dei governi totalitari del passato  dei quali ancora oggi si soffrono le conseguenze in termini di corruzione.

I più deboli in questa guerra sono i contadini e i popoli indigeni i cui diritti vengono piegati ai superiori interessi di fazenderos i quali, non di rado, occupano terre indigene. Il tutto avviene con la complicità e l’appoggio della politica. Nella Costituzione viene infatti affermato che i diritti dei popoli indigeni rimangono secondi rispetto ai superiori interessi dello Stato. In realtà i guadagni provenienti da queste pratiche arricchiscono pochi mentre la maggior parte della popolazione rurale versa in condizioni di difficoltà.


Diga di Itaipù tra Brasile e Uruguay: per costruirla, scacciati interi popoli
Tra il 20 e il 22 agosto, nel Parco Cittadino di Brasilia (DF) si tenterà di realizzare l’inizio della controtendenza attraverso un incontro nazionale di tutti i movimenti sociali e le entità coinvolte  nella vita rurale del paese. Saranno presenti i rappresentanti del movimento sindacale come la Confederazione Nazionale dei Lavoratori Agricoli (Contag), La Federazione Nazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici nell’Agricoltura Familiare (Fetraf), dei movimenti sociali come i Sem Terra (Mst) o il Movimento delle Donne Contadine (Mmc), il Movimento dei Piccoli Agricoltori (Mpa) e il Movimento Vittime delle Dighe (Mab).

Saranno presenti anche i movimenti dei pescatori e delle pescatrici artigianali del Brasile e rappresentanti delle centinaia di raggruppamenti quilombolas che popolano il paese.

Faranno la loro parte anche l’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib) e il Consiglio indigenista missionario (Cimi).

Sarà un incontro in cui verrà affrontato il problema globalmente, senza intermediari e in maniera indipendente dalla corrente politica in cui i partecipanti si identificano.

Si tratta di un incontro storico che ha un solo antecedente: nel novembre 1961 a Belo Horizonte (MG) in occasione del I Congresso contadino del Brasile negli anni del Governo popolare di Joao Goulart. L'obiettivo era quello della realizzazione di una riforma agraria e di una legge.

Dimostrazione indigena in Amazzonia
“Reforma agrária: na lei ou na marra!”,- Riforma agraria: con la legge o con la forza -  questa la parola d’ordine in quel periodo. Ma gli eventi non permisero a quel movimento di concretizzarsi.

Oggi quell’incontro rivive di nuove forze che in quegli anni non erano riconosciute parti attive della società: i popoli indigeni.

Un incontro quanto mai urgente in anni in cui la società è governata dalla finanza e l'agri-business diventa l'affare del secolo a costo di passare sopra i diritti delle minoranze e dell'umanità.

fonte: http://correiodobrasil.com.br

foto: http://www.asud.net
         http://kids.britannica.com
            http://www.rededemocratica.org













mercoledì 8 agosto 2012

Muore il cacique Potiguara vittima di un attentato nel Paraìba




http://www.flickr.com/photos/joaoesocorro/7728634286/
Gesuivan Potiguara

E’ morto nella notte di domenica 5 agosto il cacique Potiguara Geusivan Silva de Lima, 30 anni, dopo aver passato gli ultimi 6 giorni di vita in stato grave nell’Ospedale per le emergenze e i traumi ‘Humberto Lucena’ di João Pessoa nel Paraìba.
Il leader indigeno è stato vittima di un attentato avvenuto nella notte del 31 luglio nell’aldeia Brejinho, sul litorale settentrionale della regione. La lesione riportata è stata talmente violenta da causare una perdita della massa cerebrale rendendo impossibile un recupero dello stato di salute.
Nel corso dell’imboscata i killer hanno colpito anche Claudemir Ferreira da Silva, non indigeno e guardia del corpo di Gesuivan, che si è scagliato invano contro gli assassini nell’intento di proteggere il cacique. Con Gesuivan sono già sei i leader indigeni ad aver denunciato minacce presso gli organismi federali; altri tre hanno poi denunciato ma non sono stati registrati ufficialmente.  

L’attentato.
Gesuivan è stato colpito con due colpi di pistola alla testa mentre giocava a domino in una piazza dell’aldeia Brejinho. Secondo una testimone, due uomini armati hanno avvicinato Gesuivan intimandogli di gettarsi a terra. Prima di ucciderlo gli assassini erano stati affrontati da  Claudemir Ferreira da Silva, raggiunto da diversi spari e morto sul posto. I killer hanno poi colpito tre volte alla testa il cacique. Secondo la testimone, prima di andare via, gli assassini hanno detto: “Adesso ne mancano solo due”.
Secondo informazioni ufficiose i killer hanno utilizzato revolver calibro 38. Inoltre sembra che l’uomo che pilotava la moto ha tenuto il casco nel corso dell’intera azione mentre l’altro aveva il viso scoperto.
Secondo il cacique generale del popolo Potiguara, Sandro Gomes Barbosa, l’attentato non sarebbe un fatto isolato e si deve aggiungere alle minacce, alle aggressioni ed ai tentativi di omicidio di cui sono stati vittima 7 cacique Potiguara e denunciati presso la Polizia Federale dal 2011 ad oggi.

La questione fondiaria.
Nel mese di aprile la comunità dell’aldeia Brejinho si è nuovamente impossessata di 90 ettari di terra occupata da un fazendeiro della canna da zucchero. Questa terra era già stata registrata e demarcata come terra indigena ma la Funai, Fondazione nazionale dell’indio ha operato delle estrusioni.
Il cacique Gesuivan ha quindi guidato gli indigeni all’occupazione di quelle terre malgrado le difficoltà dovute al fatto di aver riportato l’amputazione di una gamba in seguito ad un recente incidente automobilistico e iniziando la costruzione delle abitazioni.
Quelle canne non sarebbero dovute essere piantate nelle terre indigene e la natura sarebbe dovuta rimanere inalterata.
Ma la ‘presa’ di aprile ha provocato numerose minacce telefoniche negli ultimi mesi. E anche agli altri cacique non va meglio. 
Ferite riportate in seguito ad un attentato subito a marzo
Nel mese di maggio, uomini armati si presentarono alla casa del cacique Sandro ma non lo trovarono. Il figlio disse loro che non viveva più lì e con ciò si salvò. “Se io fossi stato li in quel momento, adesso sarei morto – dice il cacique generale – A luglio sono stato seguito da altri motociclisti. Non abbandoniamo la lotta ma solo Tupã potrà proteggerci”.

Assenza dello Stato
Nella notte del 22 marzo 2009, una domenica, alcuni uomini amati si presentarono alla porta del cacique Anibal Cordeiro Campos, dell’aldeia Jaguarà. Il tentativo di difendersi non andò a buon fine e fu raggiunto da 5 colpi. Sopravvissuto all’attacco, continua nella lotta contro la canna da zucchero e i latifondisti che occupano irregolarmente le terre indigene e porta con sé le conseguenze di quell’attacco: un proiettile conficcato nella testa.
La polizia ha aperto un’inchiesta ma nessuno è mai arrivato ai killer e ai possibili mandanti. Quest’anno Anibal è stato nuovamente raggiunto da altre minacce così come il cacique Josè Roberto dell’aldeia Três Rios, il vice Josesi, il cacique Pintado dell’aldeia Capoeira, Alcides, dell’aldeia São Francisco, Capitão dell’aldeia Forte e Oliveiros dell’aldeia Ibykuera.
Il clima di tensione e insicurezza tra i Potiguara è forte. Perfino la notte in cui Gesuivan è stato sotterrato ci sono stati degli spari.
In alcuni casi c’è il coinvolgimento di indigeni corrotti dai latifondisti della canna da zucchero e non indigeni che risiedono nei territori indigeni e utilizzano la terra per la coltivazione della canna da zucchero.
“E’ difficile dire chi stia facendo tutto questo contro il nostro popolo – dice Capitão – La polizia deve investigare per scoprirlo. Intanto dobbiamo combattere contro la canna da zucchero, la violenza, lottare per la terra e impedire i contratti di locazione, ma non possiamo dire con certezza chi sia”. 

Cacique Sandro Potiguara
Situazione delle terre indigene
I territori del litorale settentrionale dei Potiguara si dividono in 32 aldeias tra le tre terre indigene registrate e dichiarate dal governo: Jacaré do São Domingos, Potiguara de Monte Mor e São Miguel.
Insieme, queste terre misurano 35.328 ettari. L’occupazione non indigena in questi territori è particolarmente elevata. A  São  Miguel un campo di canna occupa un’area di 14.000 ettari tagliando in due il fiume del territorio e rendendolo inutilizzabile per la pesca, pratica tradizionale dei Potiguara per sei mesi all’anno.
Anche nelle aldeias che compongono la terra del Monte Mor, la presenza non indigena oltrepassa i 7mila individui in 1653 siti, senza contare le coltivazioni di canna.
“Non ho paura dei banditi e se devo morire difendendo il mio popolo, se questa è la volontà di Tupã, che sia fatta. Non abbandonerò la lotta” dice il cacique generale Sandro Potiguara.

Autore: Renato Santana
Traduzione: Chiara Madaro
http://www.cimi.org.br/site/pt-br/
 http://agenciabrasil.ebc.com.br/noticia/2012-08-06/morre-cacique-potiguara-baleado-na-paraiba
http://g1.globo.com/pb/paraiba/noticia/2012/08/morre-em-hospital-cacique-potiguara-baleado-em-atentado-na-paraiba.html