Il suono dell'universo.

domenica 24 marzo 2013

Cipro: la crisi e il petrolio.


Di Chiara Madaro

Siamo stati sull’orlo del fallimento, lo siamo ancora, ma resistiamo mentre in maniera inattesa la ricca Cipro cola a picco. Sarebbe qui opportuno specificare che non tutta Cipro è in pericolo, solo la parte greca. E’ un caso o esiste un motivo?



Nel febbraio 2011 Mario Monti era da pochi mesi stato nominato presidente del Consiglio italiano e nel corso di una conferenza afferma: “Non dobbiamo stupirci se l’Europa ha bisogno di crisi, gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti sono la cessione di parti delle sovranità nazionali ad un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico  e i cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è in atto una crisi visibile, conclamata.”

Nel corso del Governo Monti sono state avviate numerosissime concessioni di prospezione in Adriatico ancora fino ai giorni scorsi. La disponibilità del governo italiano alla ricerca di idrocarburi non è stata accennata nemmeno in campagna elettorale dagli avversari di Monti malgrado si tratti di un provvedimento evidentemente dannoso per il nostro Paese che vive fondamentalmente grazie al turismo e ai beni paesaggistici e ambientali. Anche le proteste e le azioni delle associazioni ambientaliste, delle comunità locali e dei governi regionali non sono riuscite ad arrivare agli onori della stampa nazionale.



Anche la Turchia ha avviato permessi di prospezione estendendoli alle coste turco-cipriote. Si parla di 6 progetti esplorativi nel Mediterraneo, incluso Cipro. Qui la compagnia petrolifera di stato Turkiye Petrolleri AO ha firmato un accordo congiunto E&P (esplorazione e produzione)  con la Royal Dutch Shell Plc (RDSA) lo scorso anno.  

Secondo il Ministro turco per l’Energia e le Risorse Naturali, la cooperazione della compagnia italiana Eni con Cipro nel campo delle esplorazioni  di idrocarburi nel Mediterraneo orientale potrebbe interferire negativamente con i progetti della compagnia in Turchia a causa delle irrisolte questioni che si trascinano dal 1974 e che coinvolgono l’isola da cui è nata Venere.

Ma le risorse stimate di petrolio e gas contenute sotto il fondo del mare di Cipro ammontano a circa 8 bilioni di barili corrispondenti a circa 400 miliardi di dollari in base al mercato attuale. Anche se non esistono stime affidabili, al momento, le più importanti compagnie petrolifere come la russa Novatec, l’italiana Eni, la francese Total e la malese Petronas, sono tra coloro cercano di ottenere permessi esplorativi nella zona a sud di Cipro.

Ad aprile 2012 la Turchia ha iniziato le perforazioni onshore per la ricerca di petrolio e gas a nord di Cipro, nei pressi della città di Trikomo, con la corporation di Stato Turkish Petroleum malgrado le proteste provenienti dalla Repubblica di Cipro che giudica illegale l’azione.



Ma il 6 febbraio 2013 anche i greco-ciprioti firmano permessi esplorativi con Total SA su due dei tredici lotti costieri, un’area corrispondente a 50mila Kilometri quadrati in totale.

Secondo una valutazione di tipo puramente finanziario espressa da Karen Avat, analista in geopolitica energetica del Mediterraneo orientale, l'accordo è promettente in considerazione della crisi del debito di Cipro. Già all’inizio del 2013 Cipro era in trattative con UE e FMI per un prestito di salvataggio equivalente al PIL del paese: 17 miliardi di euro. Anche se il pacchetto di salvataggio è stato ritardato fino a data da destinarsi a causa delle preoccupazioni dei ministri delle finanze europei sulla portata del pacchetto.”Ma – afferma Avat - il recente sviluppo nel settore dell'energia potrebbe svolgere un ruolo positivo nel facilitare il rilascio dei fondi di salvataggio e (…) Cipro potrebbe cominciare a esportare il suo gas a partire dal 2019” confermando le tesi espresse da Mario Monti.

sabato 23 marzo 2013

Conferenza stampa delle associazioni neretine

 
Segnalo una conferenza stampa che avrà luogo mercoledi 27 marzo alle ore 17.00 in via Michele Personé, 9 a Nardò, presso la sede dell’associazione culturale MESSAPIA indetta dalle cooperative che operano su territorio neretino e firmatarie della lettera che segue.
 
 
Nei giorni scorsi il comune di Nardò ha pubblicato un bando per la concessione di servizi di allestimenti e gestione degli spazi espositivi della masseria Torre Nova e della casa del Capitano nel parco regionale naturale “Porto Selvaggio e Palude del Capitano” comprese le attività di educazione ambientale e fruizione turistica sostenibile.
Il bando prevede che i ricavi di gestione a cura del concessionario ammontino a € 711.115,00 motivo per cui richiede ai partecipanti un fatturato di oltre € 400.000 negli ultimi 3 anni di cui 160.000 nel settore turistico ed educativo.
Sulla base dell’esperienza degli operatori neretini e leccesi che lavorano nel settore turistico, culturale e didattico non solo a Porto Selvaggio ma in tutta la regione e dal confronto con realtà analoghe in altre regioni, le cifre paiono spropositate.
L’esclusività di cui si parla all’articolo 7 del capitolato speciale intesa su tutto il territorio del parco, esclude dal continuare ad operare nel parco tutti coloro che anche nel Comune di Nardò operano già come guide professioniste, operatori qualificati dell’educazione ambientale e operatori culturali, impedendo la prosecuzione di iniziative già intraprese negli anni passati nell’area del parco, anche se da tempo già inserite in cataloghi locali, nazionali ed internazionali.
Perché si parla di esclusività? Il territorio è pubblico, appartiene a tutti e tutti devono poterci accedere anche per lavorare.
Da sottolineare al riguardo che altri parchi regionali salentini hanno debitamente promosso e valorizzato le realtà già esistenti ed operanti sul loro territorio, garantendo la qualità dei servizi e la prosecuzione di vita ad imprese create da chi ha voluto e saputo investire sull’ambiente, la sua conoscenza e fruizione sostenibile.
Si chiede pertanto al Comune di eliminare l’articolo 7 del capitolato speciale e di scorporare i servizi di allestimento da quelli strettamente didattici e turistici garantendo in questo modo a tutti gli operatori del settore qualificati la possibilità di lavorare nel parco, aprendo ai professionisti oltre che alle imprese.
Ci piacerebbe che gli amministratori di Nardò rispondessero alla nostra istanza con la stessa cura che ognuno di noi mette (da anni) nel raccontare Porto Selvaggio e i suoi tesori durante lo svolgimento del proprio mestiere.
Non sacrificate decenni di esperienza, professionalità e amore per il territorio.

Per discutere di quanto fin qui esposto si invitano i cittadini, le associazioni, le imprese, gli amministratori, i politici e i giornalisti a prendere parte alla conferenza stampa indetta dai firmatari della presente lettera mercoledì 27 p.v. alle ore 17.00 in via Michele Personé, 9 a Nardò, presso la sede dell’associazione culturale MESSAPIA.
I firmatari
· Avanguardie di Salvatore Inguscio, guida ambientale escursionistica e guida turistica della regione Puglia - Nardò
· Cooperativa FDM - Nardò
· Cooperativa Fluxus, Servizi al Turismo e alla Cultura - Nardò
· Cooperativa Terrammare Teatro - Nardò
· Emanuela Rossi, guida ambientale escursionistica e guida turistica della regione Puglia - Nardò
· Freeplan SNC, tour operator - Nardò
· Manuela Rizzo, guida turistica della regione Puglia - Lecce
PER INFO: 347.9527701

mercoledì 20 febbraio 2013

La terza guerra mondiale?




http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1209


Segnalo questo interessante e scorrevole testo di Elido Fazi, il secondo di una trilogia, che ricostruisce le cause della crisi e le collega ai principali eventi storici e politici degli ultimi decenni. A proposito dell'efficienza dei mercati: "Il presupposto è che l'economia è una scienza, capace di individuare principi generali oggettivi. Dimenticando che si, forse di scienza si tratta, ma pur sempre scienza sociale, sottoposta quindi a tutte le incognite del comportamento umano. Il passaggio da scienza sociale a scienza esatta è avvenuto innestando massicce dosi di logica matematica e minimizzando le variabili capaci di smentire una teoria che escludesse fatti imprevisti o cambimaneti radicali"(pg.70).

domenica 13 gennaio 2013

Brasile: Índios denunciano dispersione di veleno in prossimità di un’aldeia Xavante



Traduzione di Chiara Madaro
http://correiodobrasil.com.br/meio-ambiente/energia/indios-denunciam-despejo-veneno-proximo-aldeia-xavante

11/1/2013 13:24
Por Redação, com Brasil de Fato - de Marãwaitsédé (MT)


Gli indios Xavante che abitano un’aldeia nel Nord del paese stanno subendo una serie di attacchi da parte di fazendeiros (impresari agricoli ) che intendono ampliare le proprie terre. L’ultimo di questi attacchi riguarda il tentativo di avvelenamento di massa degli xavante che vivono nella regione.





“Si è trattato di un attacco visibile, io ho visto un piccolo aereo che rilasciava veleno all’incirca alle 8 del mattino del 26, ad una distanza ravvicinata rispetto all’aldeia; io stesso ho attualmente problemi alla vista e mal di testa dopo la dispersione di quel materiale”, afferma il sacerdote cattolico Xavante Aquilino.

Egli afferma che non si tratta del primo caso di diffusione di veleni e che sono già avvevnute le prime morti tra gli xavante in seguito allo spargimento di queste sostanze in luoghi prossimi all’aldeia. La fazenda adiacente la terra indigena è costituita da piantagioni di soia e si trova a meno di 10Km dalla Terra Indigena Marãwaitsédé. Cosme Xavante, uno dei leader Marãwaitsédé, afferma che l’aereo è passato velocemente sull’aldeia.

“Abbiamo delle coltivazioni al confine con la fazenda (fattoria). Sono passati a spargere veleno anche la scorsa settimana, sempre micronizzato, ma non erano mai arrivati così vicini, la nostra salute è compromessa”, denuncia.

Il leader indigeno afferma che la Funai si è fatta presente e che gli organi competenti presenteranno il caso ad Ibama per le investigazioni. In un’intervista al Cimi, l’organo indigenista ha affermato che non esiste prova di intossicazione o dispersione di agrotossici ma che stanno verificando la denuncia.

Secondo una dichiarazione della Funai, l’operazione di rimozione degli invasori della TI (Terra Indigena) è stata avviata, “chi non andrà via avrà la confisca dei beni dai giudici e dovrà rispondere al crimine della disobbedienza”. Gli invasori tentano di intimidire gli indigeni in seguito al mandato di sgombero inviato il 18 ottobre a chi occupa illegalmente i territori in questione dal ministro Carlos Ayres Britto, allora presidente del Supremo Tribunale Federale (TFS).

Da allora le intimidazioni e gli attacchi da parte dei fazendeiros sono stati costanti. Il 3 novembre 2012, un indio è stato inseguito nella città di Agua Boa da due macchine a bordo delle quali si trovavano persone che ha riconosciuto appartenenti ad un nucleo che aveva invaso il territorio indigeno Marãiwatsédé e capovolto il suo veicolo riportando alcune escoriazioni.

Un altro caso di intimidazione con ripercussioni è stato perpetrato contro il vescovo emerito di São Félix do Araguaia, Dom Pedro Casaldáliga, che si è ritirato all’inizio del dicembre 2012 da São Félix. Il vescovo è stato accusato di essere responsabile della decisione del SFT. Le minacce erano diventate sempre più insistenti e pericolose: “Il vescovo non vedrà la fine della settimana”.

Invasione.

L’aldeia di Marãwaitsédé è situata nel municipio di Alta Boa Vista e São Félix do Araguaia nello stato del Mato Grosso e iniziò ad essere invasa negli anni ’50, dopo essere stata acquisita in maniera irregolare dall’azienda agricola Suià-Missu. Gli indigeni furono costretti alla migrazione forzata verso la Missione Salesiana di São Marcos, a 400Km da Marãiwatsédé, dove si diffuse un’epidemia di morbillo. Circa 150 indigeni morirono e nel 1980, la terra è stata venduta all’impresa italiana Agip.

Nel corso della Conferenza sull’Ambiente realizzata all’inizio degli anni ’90 a Rio de Janeiro, la Eco92, l’Agip annunciò , sotto pressione, che avrebbe restituito la Marãiwatsédé agli Xavante. Dei 165 mila ettari omologati e registrati dall’Unione , appena 20mila sono occupati dagli indigeni. La terra è stata approvata dalla Giunta nel 1998 e malgrado il riconoscimento, gli indigeni soffrono grandi pressioni da parte dei latifondisti e del potere politico locale affinchè la Marãiwatsédé rimanga nelle mani dei fazendeiros.

 

 

 

sabato 1 dicembre 2012

Messico: uccisa attivista ambientalista



Juventina Villa Mojica

Di Olga R. Rodriguez, 29 novembre 2012

Traduzione di Chiara Madaro

 

MEXICO CITY – Una banda armata ha ucciso un’attivista ambientale che aveva ricevuto minacce di morte per essersi opposta alle gang dedite al narcotraffico. Al momento dell’imboscata si trovava nel sud del Messico ed era in compagnia di poliziotti armati.

Juventina Villa Mojica aveva già subito l’uccisione del marito e due figli lo scorso anno. Ma mercoledì una pioggia di proiettili ha investito anche lei e il figlio di dieci anni in una zona montuosa dello Stato.  La figlioletta di 7 anni è invece rimasta illesa malgrado l’attacco abbia visto il protagonismo di ben 30 assalitori, dice Manuel Olivares, attivista dei diritti umani che conosceva il caso Villa.

Villa e suo marito, Ruben Santana Alonso, aveva guidato per più di 20 anni un gruppo di agricoltori nel villaggio di La Laguna nel comune di Coyuca de Catalan. L’area è sotto il controllo del cartello di narcotrafficanti che stanno lavorando alla diffusione di marijuana e papavero da oppio nei campi.

‘E’ una zona vergine con aree forestali ricche  ma gli interessi dei narcotrafficanti stanno radendo al suolo gli alberi in modo che le foreste, una volta disboscate, possano lasciare posto a campi di droga’ ha detto Olivares.

Le bande del narcotraffico hanno iniziato a prendere di mira Villa, suo marito e la sua famiglia dopo che l’attivista aveva impedito il taglio degli alberi in prossimità del loro villaggio.

Villa e i suoi figli si trovavano in un fuoristrada ed erano ormai vicini alla cima di una montagna dove avrebbe potuto ricevere un segnale per il cellulare in quanto nel villaggio non ci sono telefoni. Ma sono caduti in un’imboscata nonostante la presenza della scorta di dieci ufficiali di polizia, ha detto il Pubblico Ministero in un comunicato. Cinque ufficiali si trovavano in una macchina della polizia davanti a quella di Villa e gli altri cinque seguivano a piedi. Gli assalitori hanno esploso colpi dalle loro armi quando Villa si è avvicinata ai poliziotti a piedi. I procuratori non hanno detto se gli ufficiali hanno risposto al fuoco nemico.

 

foto:  http://www.vaterland.li/ ; http://climate-connections.org/

martedì 27 novembre 2012

Italia: paradiso fiscale dei petrolieri.


Di Chiara Madaro

l'articolo è uscito su:

Sapete che se apriste una srl con capitale sociale pari a 10.000€ sareste in grado di ricevere l’approvazione del Governo per l’esplorazione petrolifera?

E’ quello che è successo alla fortunata società San Leon, con sede in  un inanimato appartamento di uno scalcinato palazzo che si trova a Monteroni, paese della provincia di Lecce dalla cattiva fama, purtroppo.

La notizia è uscita nel 2010 in seguito ad un’interrogazione parlamentare promossa da Gabriele Cimadoro, IdV. La San Leon già nel 2008 presentò al Ministero dello sviluppo economico tre domande di ricerca in mare di idrocarburi al largo della Sicilia, in prossimità della Riserva marina delle isole Egadi per un’area totale di circa 1000Kmq. Sebbene le aree su cui insiste la richiesta di perforazione abbiano un’economia basata su pesca e turismo, il CIRM, Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie e il Comitato tecnico per gli idrocarburi e le geometrie hanno dato parere favorevole al progetto. “Dati gli elevati rischi connessi agli impianti off-shore, di cui si ha un tragico monito negli avvenimenti nel golfo del Messico – dice Cimadoro - appare agli interroganti irrisorio un capitale sociale di appena 10.000€ da parte della società concessionaria (…) risultando una società inattiva”. Obiezione legittima. Ciononostante la San Leon ha all’attivo 5 permessi in Italia di cui due on shore nella Pianura Padana e tre off shore al largo della Sicilia, appunto.

Appare, poi, singolare che questa piccola e povera società abbia avuto successo su un’area fortemente appetibile da altri petrolieri tra cui due importanti aziende statunitensi.

Ma ad oggi il problema è ancora in piedi e il 17 ottobre 2012  l’On. Cimadoro torna  a ricordare che la Commissione ambiente del Parlamento europeo ha approvato una norma per la quale: “Le compagnie petrolifere devono essere ritenute responsabili dei costi e di tutti gli eventuali danni ambientali ed avere i mezzi per pagarli, altrimenti non potranno ricevere le licenze per trivellare nelle acque europee”. Un’inquietudine del tutto giustificata soprattutto se si pensa alle concessioni in sanatoria che il Ministro per lo sviluppo economico ha recentemente autorizzato rispetto a trivellazioni che nei nostri mari avranno luogo a meno di 5 miglia dalla costa permettendo sia la creazione di un rischio ambientale da parte di soggetti che non hanno i requisiti per trivellare sia una chiara infrazione delle disposizioni europee.

“Ma i petrolieri – si ricorda in Parlamento – (…)hanno già fatto sapere di essere pronti a estrarre tutto il nostro oro nero, investendo nell’arco dei prossimi quattro anni 12 miliardi di euro per nuovi impianti produttivi in tutta Italia. Un fatto preoccupante se si pensa che il settore pubblico/privato ha visto emergere numerosi casi di inquinamento delle aste da parte dei soggetti non aventi diritto, sia dal punto di vista patrimoniale, sia dal punto di vista tecnico, attraverso (…) un’alterazione se non la stessa partecipazione diretta delle cosche alle gare di concessione pubbliche”. D’altra parte anche secondo uno studio della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, le compagnie petrolifere non si fanno scrupolo di giocare con i delicati equilibri internazionali per ottenere condizioni commerciali più vantaggiose da parte dei governi ospiti.

Preoccupante perché da nord a sud le richieste di prospezione e trivellazione per gas e petrolio aumentano senza pari negli ultimi anni. Al 2012 in Italia sono presenti 91 permessi  in terraferma e 24 off shore. Il primato spetta all’Emilia Romagna con ben 39 permessi tutti on shore. Preoccupante perché, senza ombra di dubbio, queste attività comportano perdite di materiale petrolchimico in ogni parte della ‘filiera’: dalla raccolta alla raffinazione al trasporto. Preoccupante perché queste perdite hanno effetti deleteri sulla salute dei viventi e da questi danni non si torna indietro.

Lo dimostra uno studio condotto nel 2010 dai ricercatori Maria Rita D’Orsogna, e Thomas Chou presso il Dipartimento di Scienze Matematiche della California State University at Northridge, Los Angeles. La ricerca ricorda che in un Rapporto ufficiale delle Nazioni Unite viene fortemente raccomandato di evitare ogni tipo di contatto con H2S, idrogeno solforato, a causa dei gravi effetti tossici che derivano dall’esposizione a questa sostanza.

L’idrogeno solforato è, infatti, una componente degli idrocarburi paragonabile al cianuro ed esposizioni ad alte dosi di questa componente possono provocare anche morte istantanea. Ma anche a basse dosi non fa sconti. In particolare i risultati della ricerca evidenziano che fra gli effetti non letali, i danni sono di natura neurologica e polmonare. Fra i danni di natura polmonare i sintomi ricorrenti sono edema polmonare, rigurgiti di sangue, tosse, dolori al petto, difficoltà di respirazione. Ma ancor più preoccupanti sono i disturbi neurologici: declino intellettuale, mancanza di concentrazione, difetti della memoria e dell’apprendimento, elevati livelli di irritabilità, stati di depressione, confusione, perdita di appetito, mal di testa, scarsa memoria, svenimento, ansia, affaticamento.  Fatti ricordati al Governo in occasione di un’interrogazione al Senato presentata nel novembre 2011 dall’On. Poli Bortone che rammenta: ”In particolare è stato dimostrato che in condizioni di stress recede il livello di altruismo e di cooperazione tra gli individui e si registra un incremento delle condotte aggressive”.

Sintomi di disturbi irreversibili che entrano come un dato di fatto nella nostra società.

Negli Stati Uniti la ricerca indaga da tempo sui costi sociali di nuove generazioni nate con capacità intellettive limitate. Si tratta di realtà dilaganti e che interessano soprattutto le giovani generazioni nate e cresciute nell’era del petrolio, una sostanza che già ci sta presentando il conto. Proviamo anche noi nel nostro piccolo a pensare a quanti insegnanti di sostegno circolano nelle scuole oggi e quanti 15-20 anni fa. Molti di più. E sono anche pochi rispetto alle effettive esigenze. Casualità? La scienza non crede al caso.

Secondo D’Orsogna e Chou la possibilità di contaminazione non è una possibilità ma una certezza. “La presenza di zolfo – di cui il petrolio adriatico è ricco (ndr) – rende il greggio fortemente corrosivo e tende a danneggiare gli oleodotti” e quindi “tutte le operazioni di trattamento dei prodotti petroliferi, a qualsiasi livello, hanno la possibilità di emettere quantità più o meno abbondanti di idrogeno solforato sia sotto forma di disastri accidentali, sia sottoforma di continuo rilascio all’ambiente durante le fasi di estrazione, stoccaggio, lavorazione e trasporto del petrolio”. Questo studio dipinge un quadro completo di ciò che effettivamente succede al di là delle assicurazioni che arrivano dalle compagnie petrolifere: dalla raccolta degli idrocarburi con l’inquinamento della falda acquifera da cui ci approvvigioniamo per bere, lavarci e cucinare, alla necessaria lavorazione sul posto con la costruzione di grandi strutture dove il processo di bruciamento per l’idro-desulfurizzazione è visibile all’esterno sotto forma di fiamma perenne, al trasporto attraverso navi che usano un combustibile più economico di quello dei mezzi di locomozione di massa ma più inquinante ai frequenti casi di blowout, cioè di esplosione dei pozzi. Tutto questo rende atmosfera, acque e terreno dei luoghi in cui si raccoglie petrolio ben 300 volte più contaminate delle normali città. Come è successo a Trecate, in provincia di Novara, nel 1994 quando il cattivo funzionamento delle valvole di sicurezza di un impianto petrolchimico provocò un’esplosione contaminando un’area pari a 100Km quadrati. Ad oggi la zona non è coltivabile e chi vive nei paesi circostanti è esposto a livelli di H2N superiori alla norma.

Nella sola Lombardia oggi si registrano ben 17 pozzi attivi, 14 concessioni in avvio e 11 richieste in esame.

Si sa che il nostro petrolio sia di scarsa qualità in quanto non si trova allo stato puro ma contiene forti concentrazioni di zolfo e altri minerali e quindi il processo di estrazione e raffinazione è estremamente costoso. Tuttavia negli ultimi anni le richieste di raccolta di petrolio e gas aumentano in maniera esponenziale su tutto il territorio italiano. Perché? Il nostro paese rappresenta il paradiso per i petrolieri: un paradiso fiscale. Lo dice un Dossier del Wwf che dice: “(…)estrarre idrocarburi nel nostro Paese è vantaggioso solo perché esistono meccanismi che riducono a nulla il rischio d’impresa, mettendo però ad alto rischio l’ambiente. Ad esempio, le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, come le prime 50 mila tonnellate di petrolio estratte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi di gas in terra e i primi 80 milioni di metri cubi in mare sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato. Ma non è finita qui. Le aliquote (royalties) sul prodotto estratto sono di gran lunga le più basse al mondo e sulle 59 società operanti in Italia nel 2010 solo 5 le pagavano (ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi)”.

E dire che per convincere le popolazioni locali della convenienza di ospitare una centrale, le compagnie non parlano d’altro che di royalty. Difficile non pensare ad un inganno a favore di pochi. Un inganno ben esposto in Senato da Poli Bortone che, in relazione ad una serie di richieste off shore in un’area protetta al largo della costa pugliese dice: ”Sul suo sito ufficiale la Northern Petroleum afferma di avere come missione quella di acquisire siti esplorativi e produttivi a basso costo d'ingresso, allo scopo di aumentarne il valore per i propri azionisti”.

E parla anche del tentativo di raggirare l'art. 6, comma 2, della legge n. 9 del 1991 secondo la quale non è possibile concedere prospezioni su superfici estese oltre i 750 Km quadrati. Un tentativo riuscito dato che il Ministero ha rilasciato una serie di permessi ricadenti nella stessa area per una superficie totale di oltre 6.000 Km quadrati. Lo rileva il TAR di Bari a proposito della Northern Petroleum che “ha illegittimamente scorporato il progetto in più lotti su aree di mare (…) adiacenti, così impedendo la doverosa valutazione unitaria di impatto ambientale. (…)l'obiettivo della normativa – afferma l’On. Poli Bortone - non può essere aggirato e dichiara l'illegittimità dei provvedimenti di VIA lì dove prevedono il rilascio di più permessi di ricerca alla medesima società per ambiti marini adiacenti, a fronte del divieto, stabilito (…) dalla legge”. Non può essere possibile tacere nemmeno il fatto che nei fondali dell’Adriatico meridionale giacciono circa 20 mila bombe chimiche. Si tratta in maggioranza di bombe all’iprite affondate nel 1943 insieme alla nave statunitense ‘John Harvey’ ma non mancano ordigni riconducibili alla guerra dei Balcani. Per non parlare delle navi - 25 registrate dai Lloyd’s di Londra, 40 secondo varie Procure. Navi affondate su cui grava il sospetto del traffico di rifiuti pericolosi. L’uso degli air gun provocherebbe un disastro. Intanto il 9 novembre 2012 a Trieste è stata convocata una conferenza internazionale delle regioni adriatiche allo scopo di valutare le potenzialità di valorizzazione energetica del mare ed eventualmente pianificarne l'attuazione operativa. Gli esiti dell’appuntamento costringeranno il Governo a rivedere i permessi già rilasciati e la normativa.

venerdì 9 novembre 2012

Petrolio in Adriatico: poca trasparenza al meeting di Venezia

Chiara Madaro


Ministro dell'Ambiente Clini
L' "Operazione trasparenza" del Consiglio regionale del Veneto che ha sede a Palazzo Ferro-Fini non ha avuto successo oggi a Venezia. Nel corso del mattino, infatti, ha avuto luogo un meeting internazionale a cui hanno preso parte il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, uno dei più strenui avversari di un economia basata sul petrolio, il Ministro dell'Ambiente Clini e i rappresentanti di tutte le regioni e gli Stati non italiani che si affacciano sull'Adriatico.
Curioso che il sito della Regione Veneto dia in genere l'opportunità di seguire in diretta i meeting in agenda via web. Ma questa mattina, chi si è collegato, ha trovato la sgradita sorpresa di trovare un fermo immagine della Sala Consiliare. Al centralino hanno affermato che in data odierna non era fissato  alcun appuntamento. All'obiezione del fatto che sul sito il meeting di oggi fosse la notizia di primo piano, ha risposto la Sala Stampa che, attraverso due ulteriori passaggi, ha prima confermato la versione del centralinista per poi dire che si, in effetti la seduta era in corso ma pochi giorni fa è arrivata la decisione di non mandarla in onda. Verranno comunque pubblicati i video.